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Siria: coloni espandono Israele nel silenzio internazionale
di Emma Buonvino
Non si tratta più di episodi isolati. Non si tratta più di tensioni di confine. Quello che sta accadendo nel Sud della Siria ha i contorni di un processo strutturato, progressivo, e profondamente destabilizzante.
Negli ultimi mesi, gruppi di coloni israeliani legati all’estrema destra religiosa stanno attraversando sempre più frequentemente il confine siriano, penetrando in aree militarmente controllate.
Non sono incursioni casuali: sono azioni politiche, simboliche e strategiche. Entrano, piantano bandiere, rivendicano terra. E poi tornano indietro. Ma ogni volta lasciano qualcosa: un precedente.
Sul terreno, intanto, la presenza militare israeliana si è già consolidata ben oltre le linee storicamente riconosciute. Dopo il crollo del regime siriano nel 2024, Israele ha ampliato il proprio controllo nella regione di confine, occupando nuove porzioni di territorio e trasformando aree demilitarizzate in zone operative interdette ai civili.
Per chi vive lì, il cambiamento è tangibile e brutale. Campi agricoli resi inaccessibili. Raccolti distrutti. Villaggi svuotati. Famiglie che da generazioni vivono lo stesso trauma: la perdita della terra, l’impossibilità di tornarvi. Ma ciò che rende questa fase particolarmente inquietante è il ruolo dei coloni.
Quello che in passato avveniva in Cisgiordania — prima avamposti illegali, poi normalizzazione, infine riconoscimento — sembra ora ripetersi oltre i confini internazionalmente riconosciuti.
La dinamica è nota: creare “fatti sul terreno” finché l’eccezione diventa regola. Le incursioni avvengono in aree altamente militarizzate, separate da recinzioni e campi minati. Pensare che possano verificarsi senza almeno una tolleranza implicita delle forze armate è difficile.
E infatti, secondo osservatori e fonti locali, questo passaggio non è spontaneo: è parte di un processo più ampio. Un processo che alcuni ambienti ideologici definiscono apertamente: l’espansione verso una “Grande Israele”, una visione che supera i confini attuali e si richiama a narrazioni storiche e religiose controverse messianiche.
Nel frattempo, la pressione non è solo territoriale ma anche economica e ambientale. Controllo delle risorse idriche, restrizioni alla mobilità, arresti mirati: strumenti diversi, ma parte dello stesso schema.
Chi osserva da anni l’evoluzione degli insediamenti parla di una continuità impressionante. Ciò che ieri sembrava impensabile, oggi è realtà consolidata. E ciò che oggi appare estremo, domani rischia di diventare normalità.
La Siria meridionale potrebbe essere la prossima frontiera di questo modello.
E mentre sul piano internazionale il dibattito resta frammentato, sul terreno il cambiamento avanza. Lento, costante, irreversibile.
Nel silenzio.
Lo stesso schema accade a Gaza con regolarità sotto la spinta della colona Daniella Weiss.
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