Osservatorio sulla legalita' e sui diritti
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10 febbraio 2010
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Giorgio Ambrosoli : lo Stato chieda scusa
di Alessandro Balducci*

Cinque anni fa, nella nostra città, il Comitato Emergenza Legalità (così si chiamava, allora) e l’Osservatorio sulla Legalità e sui Diritti organizzarono una straordinaria iniziativa per la commemorazione di Giorgio Ambrosoli, l’avvocato liquidatore della Banca Privata di Sindona, ucciso dalla mafia nel 1979. Cinque anni fa, l’economia e la finanza del Paese erano sconvolte dalle notizie sul crack Parmalat e per migliaia di risparmiatori cominciarono i problemi e le angosce.

Oggi, nuovamente, abbiamo voluto ricordare la vita e l’opera di Ambrosoli, attraverso la presentazione del libro “Qualunque cosa succeda” da parte dell’autore, Umberto Ambrosoli, figlio del commissario liquidatore. In un mondo la cui economia e finanza sono state sconvolte dalla crisi peggiore dal 1929 a questa parte, è necessario ricordare e riflettere sulle vicende di quegli anni e sulla figura di quell’eroe borghese, come lo definì Corrado Stajano.

Un uomo che, come ha ricordato il figlio durante l’evento del 5 febbraio, “nonostante avesse scelto di dedicarsi professionalmente al diritto societario, cioè ad una branca del diritto privato ed alla carriera nell'avvocatura, la strada che lui intraprese lo avrebbe portato a farsi un generoso interprete dell'interesse pubblico ed a servire il bene comune”. Ed è proprio l’atteggiamento di chi antepone il proprio tornaconto personale al bene comune – si tratti indifferentemente di funzionari della pubblica amministrazione, finanzieri, banchieri, politici – a condurre alle catastrofi che periodicamente si abbattono sull’economia e sul mondo produttivo. E sui risparmi dei Cittadini.

Nel rievocare le vicende del crack Sindona che culminarono nella morte per mano mafiosa – ma non solo mafiosa - dell’avvocato milanese, c’è un aspetto che colpisce e di fronte al quale riesce difficile rassegnarsi ancora oggi. I magistrati, gli agenti delle forze dell’ordine, i giornalisti “scomodi” caduti sotto il piombo delle mafie italiche (e non extracomunitarie!) sono il più delle volte coloro che combattono in prima linea contro la piovra, che si espongono anche per noi nella battaglia per la legalità, giungendo a dare tutto ciò che hanno: la loro vita. Ambrosoli, non combatteva una battaglia contro la mafia: lui era stato incaricato di indagare e fare chiarezza sulla bancarotta del finanziere Sindona che stava portando alla rovina quei piccoli risparmiatori che, fidandosi, avevano investito i loro quattrini nella Banca Privata.

Era un avvocato, non un magistrato, come ha ricordato il figlio Umberto. Si era dato un’obbiettivo: portare avanti il suo lavoro con onestà nel nome dell’interesse generale. Avrebbe potuto rispondere positivamente alle richieste di “aggiustamento” da parte di Sindona e dei suoi sgherri: non lo fece, e andò avanti per la sua strada. Ed allora fu ucciso. Ucciso da quei poteri illegali ed eversivi che si infiltrano nello Stato e nelle Istituzioni piegandoli ai loro voleri. Qualcuno potrà dire: ma lo Stato non può essere ridotto a quei settori deviati ed infiltrati dalla P2 e dalle cosche mafiose; esiste anche uno Stato “sano”, una classe politica non deviata e non collusa. Ma allora viene da chiedersi: perché il giorno dei funerali di Ambrosoli nessun rappresentante dello Stato o del governo, nessun esponente di quelle Istituzioni ancora “sane” si prese l’incombenza di partecipare?

E’ vero che - come hanno ricordato i relatori durante al presentazione del libro - Ambrosoli potè andare avanti grazie anche a coloro che come Silvio Novembre e Mario Sarcinelli gli furono vicino: Novembre era sottufficiale della Guardia di Finanza e Sarcinelli vice-direttore genrale di Bankitalia; uomini delle Istituzioni. Ma la maggioranza dei vertici delle Istituzioni non era accanto all’avvocato milanese. Non lo fu quando Ambrosoli era in vita e non lo fu neanche dopo la sua morte. Ecco perché nello scenario tragico costituito da tutte quelle vite stroncate dal piombo terroristico-mafioso, la morte di Ambrosoli rappresenta una macchia di vergogna ancora più grave - ammesso che sia possibile fare una graduatoria del genere - per la Nazione e per sua la coscienza.

Sarebbe il caso che di fronte ad una macchia così infame, e dopo che sono passati ormai quasi 30 anni da quel 1979, questo Stato si decidesse a chiedere scusa alla famiglia Ambrosoli. Che si decidesse a commemorare degnamente la memoria di un uomo colpevole solo di servire il suo datore di lavoro – lo Stato, appunto – in tutta onestà. Del resto se ministri, sottosegretari, funzionari, premier e, persino, il Presidente della Repubblica, trovano tempo e modi per celebrare un politico morto da latitante, si dovrebbe essere in grado di trovare tempi e modi anche per commemorare un “eroe borghese”.

* membro del Comitato etico dell'Osservatorio sulla legalita' e sui diritti Onlus

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