 |
Giorgio
Ambrosoli : lo Stato chieda scusa
di
Alessandro Balducci*
Cinque
anni fa, nella nostra città, il Comitato Emergenza Legalità
(così si chiamava, allora) e l’Osservatorio sulla Legalità
e sui Diritti organizzarono una straordinaria iniziativa per
la commemorazione di Giorgio Ambrosoli, l’avvocato liquidatore
della Banca Privata di Sindona, ucciso dalla mafia nel 1979.
Cinque anni fa, l’economia e la finanza del Paese erano sconvolte
dalle notizie sul crack Parmalat e per migliaia di risparmiatori
cominciarono i problemi e le angosce.
Oggi,
nuovamente, abbiamo voluto ricordare la vita e l’opera di
Ambrosoli, attraverso la presentazione del libro “Qualunque
cosa succeda” da parte dell’autore, Umberto Ambrosoli, figlio
del commissario liquidatore. In un mondo la cui economia e
finanza sono state sconvolte dalla crisi peggiore dal 1929
a questa parte, è necessario ricordare e riflettere sulle
vicende di quegli anni e sulla figura di quell’eroe borghese,
come lo definì Corrado Stajano.
Un
uomo che, come ha ricordato il figlio durante l’evento
del 5 febbraio, “nonostante avesse scelto di dedicarsi
professionalmente al diritto societario, cioè ad una branca
del diritto privato ed alla carriera nell'avvocatura, la strada
che lui intraprese lo avrebbe portato a farsi un generoso
interprete dell'interesse pubblico ed a servire il bene comune”.
Ed è proprio l’atteggiamento di chi antepone il proprio tornaconto
personale al bene comune – si tratti indifferentemente di
funzionari della pubblica amministrazione, finanzieri, banchieri,
politici – a condurre alle catastrofi che periodicamente si
abbattono sull’economia e sul mondo produttivo. E sui risparmi
dei Cittadini.
Nel rievocare le vicende del crack Sindona che culminarono
nella morte per mano mafiosa – ma non solo mafiosa - dell’avvocato
milanese, c’è un aspetto che colpisce e di fronte al quale
riesce difficile rassegnarsi ancora oggi. I magistrati, gli
agenti delle forze dell’ordine, i giornalisti “scomodi” caduti
sotto il piombo delle mafie italiche (e non extracomunitarie!)
sono il più delle volte coloro che combattono in prima linea
contro la piovra, che si espongono anche per noi nella battaglia
per la legalità, giungendo a dare tutto ciò che hanno: la
loro vita. Ambrosoli, non combatteva una battaglia contro
la mafia: lui era stato incaricato di indagare e fare chiarezza
sulla bancarotta del finanziere Sindona che stava portando
alla rovina quei piccoli risparmiatori che, fidandosi, avevano
investito i loro quattrini nella Banca Privata.
Era
un avvocato, non un magistrato, come ha ricordato il figlio
Umberto. Si era dato un’obbiettivo: portare avanti il suo
lavoro con onestà nel nome dell’interesse generale. Avrebbe
potuto rispondere positivamente alle richieste di “aggiustamento”
da parte di Sindona e dei suoi sgherri: non lo fece, e andò
avanti per la sua strada. Ed allora fu ucciso. Ucciso da quei
poteri illegali ed eversivi che si infiltrano nello Stato
e nelle Istituzioni piegandoli ai loro voleri. Qualcuno potrà
dire: ma lo Stato non può essere ridotto a quei settori deviati
ed infiltrati dalla P2 e dalle cosche mafiose; esiste anche
uno Stato “sano”, una classe politica non deviata e non collusa.
Ma allora viene da chiedersi: perché il giorno dei funerali
di Ambrosoli nessun rappresentante dello Stato o del governo,
nessun esponente di quelle Istituzioni ancora “sane” si prese
l’incombenza di partecipare?
E’ vero che - come hanno ricordato i relatori durante al presentazione
del libro - Ambrosoli potè andare avanti grazie anche a coloro
che come Silvio Novembre e Mario Sarcinelli gli furono vicino:
Novembre era sottufficiale della Guardia di Finanza e Sarcinelli
vice-direttore genrale di Bankitalia; uomini delle Istituzioni.
Ma la maggioranza dei vertici delle Istituzioni non era accanto
all’avvocato milanese. Non lo fu quando Ambrosoli era in vita
e non lo fu neanche dopo la sua morte. Ecco perché nello scenario
tragico costituito da tutte quelle vite stroncate dal piombo
terroristico-mafioso, la morte di Ambrosoli rappresenta una
macchia di vergogna ancora più grave - ammesso che sia possibile
fare una graduatoria del genere - per la Nazione e per sua
la coscienza.
Sarebbe
il caso che di fronte ad una macchia così infame, e dopo che
sono passati ormai quasi 30 anni da quel 1979, questo Stato
si decidesse a chiedere scusa alla famiglia Ambrosoli. Che
si decidesse a commemorare degnamente la memoria di un uomo
colpevole solo di servire il suo datore di lavoro – lo Stato,
appunto – in tutta onestà. Del resto se ministri, sottosegretari,
funzionari, premier e, persino, il Presidente della Repubblica,
trovano tempo e modi per celebrare un politico morto da latitante,
si dovrebbe essere in grado di trovare tempi e modi anche
per commemorare un “eroe borghese”.
*
membro del Comitato etico dell'Osservatorio sulla legalita'
e sui diritti Onlus
 
Dossier
diritti
|
|