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USA spostano mezzi e personale dal golfo
di Leandro Leggeri
TEHERAN METTE IN CRISI LA RETE DI BASI AMERICANE: WASHINGTON TRASFERISCE MEZZI E PERSONALE DAL GOLFO
Gli Stati Uniti hanno trasferito una parte significativa delle proprie risorse militari fuori dal Golfo Persico in seguito ai danni provocati dagli attacchi iraniani contro le basi americane nella regione. È quanto emerge da un'inchiesta pubblicata il 31 ottobre dall'Associated Press, basata sull'analisi di immagini satellitari e sulle testimonianze di funzionari militari regionali.
Secondo l'agenzia statunitense, fino ad agosto oltre 115 attacchi missilistici e con droni, attribuiti all'Iran o a formazioni alleate, hanno danneggiato infrastrutture in 26 basi e installazioni militari con presenza americana, provocando perdite materiali per miliardi di dollari.
L'offensiva iraniana avrebbe seguito una precisa logica operativa: colpire inizialmente i radar di preallarme e i sistemi di difesa aerea, per poi concentrare gli attacchi su hangar, velivoli, depositi, infrastrutture di comunicazione e alloggiamenti del personale.
Particolarmente pesanti i danni registrati in Kuwait. La base aerea di Ali Al Salem sarebbe stata colpita almeno 30 volte, mentre Camp Buehring avrebbe subito la distruzione o il danneggiamento di numerose strutture. Attacchi hanno interessato anche installazioni americane in Bahrein, Qatar, Arabia Saudita, Giordania, Iraq, Oman ed Emirati Arabi Uniti.
Due funzionari regionali hanno confermato all'Associated Press che Washington ha già trasferito numerose risorse militari fuori dal Golfo, comprese componenti dell'aviazione, sistemi antiaerei, apparati di comunicazione e altre attrezzature essenziali al funzionamento delle basi.
Il ridimensionamento della presenza americana potrebbe tuttavia assumere carattere strutturale.
Già il 18 agosto il Washington Post aveva rivelato che il Pentagono stava valutando una revisione della propria presenza militare nel Golfo Persico, considerando anche la possibilità di non ricostruire integralmente le installazioni danneggiate.
Tra le ipotesi esaminate figurano il trasferimento di personale e mezzi verso la Giordania, Israele e la costa saudita del Mar Rosso, allo scopo di ridurre la vulnerabilità delle forze statunitensi agli attacchi iraniani. Non risultano però decisioni definitive su una riorganizzazione permanente dell'intero dispositivo regionale.
La questione assume un'importanza strategica considerevole. Per decenni, la rete di basi statunitensi nel Golfo Persico ha costituito uno dei principali strumenti attraverso cui Washington ha esercitato la propria superiorità militare nella regione, garantendosi la possibilità di intervenire rapidamente contro l'Iran.
La capacità di Teheran di colpire queste infrastrutture ha ora imposto agli Stati Uniti una revisione della distribuzione delle proprie forze, dimostrando come anche una potenza dotata di una schiacciante superiorità aeronavale possa incontrare difficoltà nel mantenere grandi installazioni permanenti entro il raggio d'azione dei missili e dei droni avversari.
Non si tratta, almeno per il momento, di un ritiro generale degli Stati Uniti dal Vicino Oriente. Le informazioni disponibili non consentono neppure di stabilire quante basi siano state definitivamente chiuse, anziché temporaneamente evacuate o ridimensionate.
Tuttavia, gli spostamenti già documentati rappresentano un risultato significativo della strategia iraniana: costringere Washington a disperdere le proprie risorse militari, aumentare i costi della presenza regionale e ridurre la sicurezza delle installazioni avanzate.
La vera incognita riguarda adesso la durata di questa riorganizzazione. Se i trasferimenti dovessero diventare permanenti, il conflitto con l'Iran potrebbe aver contribuito a modificare profondamente l'architettura militare statunitense nel Golfo Persico.
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