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04 novembre 2026
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Il segno sulla ricetta
di Edoardo Morello

𝑀𝑎𝑧𝑒𝑛 𝑅𝑎𝑛𝑡𝑖𝑠𝑖, 𝑖𝑙 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑐𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑝𝑜𝑣𝑒𝑟𝑖 𝑑𝑖 𝑅𝑎𝑚𝑎𝑙𝑙𝑎ℎ, ℎ𝑎 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑡𝑜 127 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑖 𝑛𝑒𝑙 𝑐𝑎𝑟𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑂𝑓𝑒𝑟 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑣𝑒𝑟 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑖𝑒𝑑𝑢𝑡𝑜 𝑢𝑛'𝑎𝑠𝑠𝑜𝑐𝑖𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑠𝑎𝑛𝑖𝑡𝑎𝑟𝑖𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝐼𝑠𝑟𝑎𝑒𝑙𝑒 ℎ𝑎 𝑚𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑓𝑢𝑜𝑟𝑖𝑙𝑒𝑔𝑔𝑒. 𝐿𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑑𝑢𝑒 𝑒𝑐𝑜𝑛𝑜𝑚𝑖𝑒: 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑐𝑙𝑖𝑛𝑖𝑐𝑎 𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑖𝑔𝑖𝑜𝑛𝑒.

Le infradito, prima di tutto. Poi i pantaloni grigi della tuta, la maglietta bianca. Sono gli abiti con cui escono quasi tutti, perché quelli con cui sei entrato non te li restituiscono. Mazen Rantisi, settantun anni, medico di famiglia, esce così dal carcere di Ofer, alle porte di Ramallah, il 25 ottobre. Magro. Si gratta senza smettere. Sulla fronte ha un livido che sanguina, ed è l'unica cosa che nelle fotografie lo distingue dagli altri palestinesi usciti dalle carceri israeliane negli ultimi tre anni.

Centoventisette giorni.

Erano venuti a prenderlo il 21 giugno, prima dell'alba, nel quartiere di al-Tira. Prima di portarlo via lo hanno accompagnato alla sede dell'Unione dei Comitati di lavoro sanitario: un'ora di perquisizione negli uffici, poi un ordine militare affisso alla porta, chiusura per un anno. Poi la stazione di polizia di Ma'ale Adumim, dentro una colonia. Poi Ofer.

Il capo d'imputazione sta in una riga: presiedere il consiglio di quell'associazione. L'Unione è nata negli anni Ottanta e fa medicina di base nella Cisgiordania che non ha ambulatori. Nel gennaio 2020 un ordine militare l'ha dichiarata associazione illegale. Nell'agosto 2022 i soldati hanno saldato le porte dei suoi uffici, insieme a quelle di al-Haq, di Addameer, di Defense for Children e delle altre organizzazioni già bollate come terroristiche l'anno prima.

L'accusa era di finanziare il Fronte popolare. Un audit dell'Unione europea l'ha giudicata infondata, e i dossier riservati dello Shin Bet, quando sono trapelati, le prove non le contenevano. Rantisi era alla presidenza da circa tre anni. Glielo avevano chiesto per la reputazione che aveva.

La reputazione. Bisogna fare un passo indietro, e a farlo è Safwat Tahboub, che Rantisi lo conosce da bambino e con lui ha studiato medicina in Bulgaria. Tornato in Palestina, Rantisi fa per qualche anno il medico del campus all'università di Birzeit. Poi comincia a girare i villaggi intorno a Ramallah, quelli dove un presidio medico non c'è. Poi apre una clinica sua.

Una visita da lui costava 25 shekel, poi 40. Il prezzo corrente era 100. A chi sapeva che non poteva pagare non chiedeva niente. Di notte telefonavano dai villaggi e lui partiva. I contadini pagavano in olive, cetrioli, sottaceti fatti in casa, quello che dava la stagione, e lui prendeva.

E poi c'è la ricetta. Quando capiva che il paziente non avrebbe potuto comprare il farmaco, scriveva sul foglio un segno che solo il farmacista sapeva leggere. Non fargli pagare. Più tardi passava lui in farmacia a saldare il conto.

Marcel Mauss, cent'anni fa, ha scritto che il dono obbliga: chi riceve resta legato a chi dà, e su quel legame si regge una società. La ricetta di Rantisi sposta il meccanismo di un passo.

Il debito non arriva mai al paziente. Si ferma dietro il bancone, tra due uomini e un codice, e il paziente esce con la sua scatola di pillole senza dover ringraziare nessuno. Sylvia Rantisi, la figlia, dice che suo padre è stato arrestato proprio per questo: perché è una delle persone che tengono in piedi la società. Lo dice con parole sue, a Mondoweiss, ad agosto, mentre lui è ancora dentro. A Ofer l'economia è un'altra. Lì le cose vengono tolte.

Per i primi tre giorni Rantisi non mangia. Il primo pasto, quando arriva, è un pomodoro, un uovo cotto a metà, un pezzo di pane. Per una decina di giorni niente farmaci e niente visita medica, a un uomo che di malattie croniche ne ha diverse. Lo ha raccontato all'avvocata del Comitato pubblico contro la tortura in Israele, e Amira Hass lo ha riportato su Haaretz il 2 agosto.

Ogni giorno le guardie portano via i materassi. Li bagnano. Li restituiscono fradici. Quattro volte al giorno c'è la conta, e la conta si fa in ginocchio, con le mani ammanettate dietro la schiena. Quattro volte al giorno per centoventisette giorni: se il regime è rimasto quello, il conto lo può fare chiunque. Di notte la luce si accende e si spegne. Ogni mezz'ora.

Poi le perquisizioni nelle celle, e durante le perquisizioni le botte. I detenuti più giovani gli si mettevano davanti, a coprirlo con il corpo. Il personale, ha detto Rantisi dopo l'uscita, «faceva a gara a chi infliggeva più crudeltà».

Dall'ottobre 2023 Israele ha vietato le visite dei familiari ai detenuti palestinesi. Sylvia vive in Giordania. Quando ha saputo dell'arresto è tornata a Ramallah, con la sorella, perché la madre era rimasta sola in casa. Suo padre ha potuto vederlo soltanto in tribunale, nei minuti prima che cominciasse l'udienza. Lui le ha detto che le medicine non le prendeva con regolarità, ma che stava bene. Lei ha visto quanto era dimagrito.

Intanto a Ramallah la clinica era chiusa. Physicians for Human Rights Israel, il giorno dopo l'arresto, aveva ricordato che da quell'ambulatorio dipendono centinaia di pazienti. A Westminster un deputato laburista, Clive Lewis, ha depositato una mozione. Il nome di Rantisi è finito in una petizione americana accanto a quello di Hussam Abu Safiya, il direttore dell'ospedale Kamal Adwan di Gaza, che in un carcere israeliano ci sta dal dicembre 2024 senza un'accusa formale.

Nessuno di questi fatti è eccezionale. È questo il punto che le foto dell'uscita rendono difficile da evitare: l'infradito, la tuta grigia, il prurito, la magrezza sono un'uniforme. Rantisi la indossa come l'hanno indossata migliaia di altri prima di lui. Il livido sulla fronte è suo. L'ordine di chiusura affisso alla porta dell'Unione scade a giugno.

Da qualche parte a Ramallah c'è un farmacista che conosce un segno. Per centoventisette giorni nessuno lo ha scritto.

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