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02 novembre 2026
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Primo Levi e Pier Paolo Pasolini verso gli ebrei e lo Stato di Israele
di Santina Sconza

Primo Levi aveva vissuto i campi di sterminio, quel dolore, quella umiliazione, l'aver perso la dignità di essere umano, lo portò al suicidio.

Pier Paolo Pasolini vedeva negli ebrei delle vittime segnate dalla "grandiosità del male" la Shoah e da secoli di persecuzioni europee.

Nella sua raccolta poetica Poesia in forma di rosa, descriveva gli ebrei scampati allo sterminio come "fratelli maggiori per dolore".

Due scrittori e poeti che amano l'umanità, Levi che ha vissuto il lager nazista, Pasolini che ha un senso di colpa come italiano nei confronti degli ebrei deportati, contestò chi diceva: «non ce l'ho con gli ebrei, ma con Israele», smascherando quell'alibi come una separazione pericolosa del diritto degli ebrei ad avere una propria protezione e comunità politica.

Nella guerra dei 6 giorni del 1967 tra Israele e la coalizione araba formata da Egitto, Siria, Giordania, guerra- lampo vinta da Israele che ampliò i propri confini occupando: la penisola del Sinai e La Striscia di Gaza sottratte all'Egitto, la Cisgiordania e Gerusalemme est alla Giordania, alla Siria le alture di Golan.

Primo Levi provò sollievo per la vittoria di Israele, ma poi iniziò a temere la trasformazione di Israele in uno stato militarista e occupante, negli anni settanta-ottanta condannò le derive politiche dei governi israeliani, sia quello di Menachem e di Begin, e si oppose all'invasione del Libano, ribadendo con forza che l'essere ebrei non doveva coincidere con il nazionalismo o con l'oppressione di un altro popolo.

Nell'aprile del 1967 sulla rivista, Nuovi Argomenti, Pasolini pubblicò una nota polemica e ripropose poesie scritte dopo un viaggio al confine israelo-giordano del 1963, prendendo le distanze dal netto posizionamento anti-israeliano del Partito Comunista Italiano e della sinistra.

Pasolini denunciò l'atteggiamento della sinistra che ignorava o minimizzava la minaccia alla sopravvivenza dello Stato ebraico da parte del nazionalismo arabo come quello di Nasser.

In un lungo articolo sulla rivista, Nuovi Argomenti, Pasolini sul numero 6 aprile-giugno 1967 attacca l'Unità. Qui alcune frasi:

".... Ora, in questi giorni, leggendo l'Unità ho provato lo stesso dolore che si prova leggendo il più bugiardo giornale borghese.

Possibile che i comunisti abbiano potuto fare una scelta così netta?...

E perché invece l'Unità ha condotto una vera campagna per creare un'opinione? Forse perché Israele è uno Stato nato male?

Ma quale Stato, ora libero e sovrano non è nato male?

E chi di noi oggi potrebbe garantire agli Ebrei che in Occidente non ci sarà più alcun Hitler o che in America non ci saranno nuovi campi di concentramento per drogati, omosessuali e ebrei?

O che gli ebrei potranno continuare a vivere in pace nei paesi arabi?

Forse possono garantire questo il direttore dell'Unità, o Antonello Trombadori o qualsiasi altro intellettuale comunista?"

Pasolini, pur difendendo l'esistenza e la sovranità d'Israele come atto di giustizia storica post-Shoah, guardava al sionismo e alla trasformazione degli ebrei da minoranza oppressa a maggioranza statale e borghese con un senso di vertigine e disillusione poetica.

Il passaggio da "outcast", esclusi/emarginati, a soggetto statale e moderno modificava quella forte identificazione empatica che il poeta nutriva verso di loro come ultimi della terra.

Due scrittori, due persone sensibili, Levi capì subito il pericolo di uno stato militarista, mentre Pasolini arrivò alle stesse conclusioni molto più tardi.

Oggi le stesse domande che Pasolini pose ai comunisti, dovremmo porle a chi nega che Israele non solo non è una democrazia ma è uno stato militarista e colonialista.

Le domande che si poneva Pasolini oggi le possiamo rivolgere agli USA, che hanno costruito campi di prigionia per i migranti.

E che dire di Israele che sta perpetrando il genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, in Libano.

E così difficile per gli ebrei italiani e per Emanuele Fiano pronunciare la parola genocidio? O per Fiano e la Segre questa parola è di proprietà solo della Shoa?

Il genocidio è la distruzione sistematica e volontaria di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in tutto o in parte.

E non è quello che sta facendo il governo di Israele?

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