 |
Golfo Persico non pronto a una nuova guerra contro l'Iran
di Leandro Leggeri
FOREIGN POLICY: IL GOLFO PERSICO NON È PRONTO A UNA NUOVA GUERRA CONTRO L'IRAN. LE INFRASTRUTTURE ENERGETICHE RISCHIANO DANNI IRREVERSIBILI
Il Golfo Persico continua a esportare petrolio nonostante otto mesi di guerra, ma la tenuta dei flussi commerciali nasconde una crescente vulnerabilità delle infrastrutture energetiche regionali. Una nuova offensiva statunitense e israeliana contro l'Iran potrebbe provocare danni destinati a compromettere per anni la produzione e le esportazioni di petrolio e gas.
È l'allarme lanciato da Amir Handjani, membro del consiglio direttivo del Quincy Institute for Responsible Statecraft, in un'analisi pubblicata il 30 ottobre su Foreign Policy, intitolata The Gulf Isn’t Ready for a Renewed Iran War.
Secondo i dati Kpler citati dall'autore, nella settimana conclusasi il 18 ottobre le esportazioni petrolifere attraverso Hormuz e le rotte alternative hanno superato i 24 milioni di barili giornalieri, contro i 23,3 milioni precedenti alla guerra. Ma questa apparente stabilità nasconde danni strutturali difficilmente riparabili nel breve periodo.
Un'inchiesta Reuters ha documentato almeno 135 attacchi iraniani contro 84 infrastrutture in sette Stati del Golfo dall'inizio del conflitto, il 28 febbraio. Cinque delle nove maggiori raffinerie saudite sarebbero state danneggiate, così come importanti infrastrutture di esportazione degli Emirati Arabi Uniti.
Particolarmente grave la situazione in Qatar, dove gli attacchi contro il complesso di Ras Laffan hanno messo fuori servizio due linee di liquefazione, equivalenti al 17% della capacità nazionale di esportazione di gas naturale liquefatto. QatarEnergy prevede tempi di riparazione compresi tra tre e cinque anni, con perdite stimate in circa 20 miliardi di dollari annui.
Il problema, osserva Handjani, è che anche un sistema antimissile altamente efficace non può garantire la sicurezza delle infrastrutture energetiche. Il 18 marzo, le difese qatariote intercettarono quattro dei cinque missili iraniani diretti contro Ras Laffan. Quello non intercettato fu sufficiente a provocare danni destinati a durare anni.
A complicare ulteriormente il quadro è la guerra tra Arabia Saudita e Ansar Allah nello Yemen.
Secondo Foreign Policy, Ansar Allah ha colpito ripetutamente la raffineria saudita di Jizan, mentre gli attacchi di settembre contro l'oleodotto Est-Ovest hanno costretto Riyadh a sospenderne le operazioni per undici giorni, interrompendo le esportazioni dal porto di Yanbu. Il movimento yemenita ha inoltre rivendicato nuovi attacchi contro le stazioni di pompaggio il 24 e il 26 ottobre, non confermati dalle autorità saudite.
L'Arabia Saudita rischia così di vedere minacciate contemporaneamente entrambe le principali direttrici delle proprie esportazioni: quella orientale, esposta agli attacchi iraniani e alle tensioni nello Stretto di Hormuz, e quella occidentale, attraverso il Mar Rosso, vulnerabile alle operazioni di Ansar Allah.
Le conseguenze si estendono ben oltre il Golfo. Bangladesh, Pakistan, India e Filippine hanno già sperimentato razionamenti energetici, interruzioni elettriche e difficoltà industriali, mentre in Europa i prezzi del gasolio hanno raggiunto livelli eccezionalmente elevati.
La guerra potrebbe inoltre modificare permanentemente gli equilibri del mercato energetico mondiale, favorendo fornitori alternativi, in particolare gli Stati Uniti, a scapito delle monarchie del Golfo.
Handjani ricorda che Washington e Tel Aviv avrebbero predisposto piani per una nuova campagna militare contro le installazioni nucleari, missilistiche ed energetiche iraniane dopo le elezioni statunitensi del 3 novembre. Trump non avrebbe ancora autorizzato l'operazione, ma Teheran ha già minacciato rappresaglie contro infrastrutture petrolifere saudite, centri di elaborazione dati e cavi sottomarini.
L'autore sostiene invece la necessità di una soluzione diplomatica, basata su concessioni reciproche riguardanti il programma nucleare iraniano, la riapertura di Hormuz e l'alleggerimento delle sanzioni e del blocco navale statunitense.
La conclusione dell'analisi è che cinquant'anni di investimenti nella sicurezza energetica del Golfo rischiano di essere compromessi da una guerra che le infrastrutture regionali non sono più in grado di sostenere.
Una nuova offensiva contro l'Iran, sommata alla guerra saudita-yemenita, potrebbe lasciare conseguenze economiche e strutturali destinate a protrarsi per un'intera generazione.
VAI A TUTTE LE NOTIZIE SU GAZA
 
Dossier
diritti
|
|