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Gli Houthi non si fermano
di Giacomo Gabellini
Nei giorni scorsi, il ministro della Difesa saudita Khalid Bin-Salman, il Capo di Stato Maggiore delle forze armate pakistane, feldmaresciallo Asim Munir, e il direttore del Mit turco Ibrahim Kalin si sono recati a Teheran per incontrare il presidente Masoud Pezeshkian e il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza iraniano Mohsen Rezaei.
Nel corso del vertice, le parti hanno cercato di trovare un terreno comune su cui innestare un piano d’azione che conduca a uno stemperamento delle tensioni areali, che vanno gradualmente riacutizzandosi alla luce del potenziamento del dispositivo militare statunitense nella regione in vista di un possibile – se non probabile – attacco contro l’Iran.
Lo ha sottolineato il «Wall Street Journal», secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe notificato ai Paesi arabi del Golfo Persico di prepararsi a una campagna militare breve e intensa contro la Repubblica Islamica che dovrebbe dopo le elezioni di medio termine.
L’altro tema cruciale toccato durante l’incontro di Teheran è dato dal frenetico attivismo di Ansarallah, che sta sottraendo territori al controllo de governo di Sana’a e mettendo letteralmente in ginocchio l’Arabia Saudita.
Soltanto poche ore fa, Yahya Saree, portavoce di Ansarallah, ha dichiarato che ben sei operazioni coordinate che avevano come obiettivo infrastrutture critiche e posizioni militari saudite sono state eseguite con successo.
I bersagli consistevano nelle raffinerie di petrolio di Ras Tanura e Rabigh, l’impianto di Aramco ad Abqaiq, gli aeroporti internazionali King Khalid di Riyadh e King Fahd di Dammam, una concentrazione di truppe saudite presso Najran.
Il messaggio di Saree è chiaro: le operazioni nelle profondità del regno continueranno finché le operazioni militari saudite contro lo Yemen non cesseranno completamente.
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