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02 novembre 2026
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Coltivare l'odio
di Emma Buonvino

Israele e Palestina L'ODIO NON NASCE DAL NULLA. SI COSTRUISCE. E POI SI TRASMETTE.

C'è una cosa sulla quale dovremmo fermarci a riflettere: l'odio non è necessariamente un sentimento innato. Molto spesso nasce da un'esperienza di dolore, da un'ingiustizia subita, dalla paura, dall'umiliazione, dalla perdita di persone amate. Ma può anche essere costruito deliberatamente, alimentato e trasformato in uno strumento politico.

Come nasce?

L'ODIO NASCE DALL'INGIUSTIZIA.

Immaginiamo un bambino che cresce vedendo la propria famiglia perdere la casa, i genitori, i fratelli. Immaginiamo che trascorra l'infanzia tra macerie, posti di blocco, privazioni e paura.

Quel bambino potrebbe crescere con una ferita profondissima. Potrebbe associare il proprio dolore a chi ritiene responsabile di averglielo inflitto.

Non significa che diventerà necessariamente una persona violenta. Ma significa che avrà una ferita che, se non troverà giustizia, protezione e possibilità di ricostruire la propria vita, potrà trasformarsi in risentimento e odio.

L'ODIO CRESCE QUANDO SI DISUMANIZZA L'ALTRO.

Il passaggio più pericoloso avviene quando non si vede più nell'altro un essere umano, ma un nemico indistinto.

Quando un'intera popolazione viene identificata con un'organizzazione, quando i bambini diventano figli del nemico, quando i civili vengono considerati corresponsabili delle azioni di altri, viene abbattuta una barriera morale fondamentale.

A quel punto diventa più facile giustificare ciò che, in condizioni normali, sarebbe inaccettabile.

L'ODIO SI EREDITA ATTRAVERSO LA MEMORIA.

Un figlio ascolta i racconti dei genitori. Un nipote cresce sulle fotografie dei familiari perduti. Una comunità conserva il ricordo delle proprie case distrutte, delle umiliazioni e delle violenze.

Il dolore non scompare automaticamente con la fine di un bombardamento o di un'operazione militare. Può diventare memoria collettiva, identità, diffidenza e ostilità verso chi viene associato alla sofferenza dei propri predecessori.

Questo è uno dei motivi per cui le conseguenze di una guerra possono sopravvivere alla guerra stessa.

LA VIOLENZA PUÒ PRODURRE ALTRA VIOLENZA.

Qui arriviamo al punto che mi preoccupa maggiormente.

Quando uno Stato utilizza la propria superiorità militare per infliggere sofferenze immense a una popolazione civile, non produce soltanto distruzione materiale.

Produce anche rancore, disperazione, radicalizzazione e una memoria di ingiustizia che può attraversare generazioni.

Questo non giustifica mai il terrorismo, l'uccisione di innocenti o la vendetta contro persone che non hanno responsabilità individuali. Ma ignorare questi meccanismi significa non comprendere come si alimentano i conflitti.

IL CASO ISRAELE-PALESTINA: UNA RESPONSABILITÀ CHE NON SI ESAURISCE SUL CAMPO DI BATTAGLIA.

Le politiche dei governi israeliani, le operazioni militari, l'occupazione, gli insediamenti e le violazioni dei diritti dei palestinesi non hanno conseguenze soltanto immediate.

Hanno conseguenze umane, psicologiche, sociali e politiche che possono durare molto più a lungo dei governi che le hanno prodotte.

Una popolazione può essere esposta a una quantità enorme di ostilità quando le politiche condotte in suo nome vengono associate, nel resto del mondo, alla violenza e all'ingiustizia.

Ma c'è un'altra conseguenza che dovrebbe preoccupare anche la società israeliana.

Il risentimento può estendersi oltre i responsabili diretti, colpendo indiscriminatamente persone che non hanno alcuna responsabilità: cittadini israeliani contrari alle politiche del proprio governo, ebrei che vivono in altri Paesi, persone che non hanno mai partecipato ad alcuna violenza.

È un passaggio pericolosissimo, perché può alimentare anche l'antisemitismo, che deve essere contrastato con la stessa fermezza con cui si contrastano il razzismo e ogni forma di discriminazione.

La responsabilità non può essere attribuita a un'intera identità religiosa o nazionale. Deve restare legata alle decisioni, alle azioni e alle responsabilità individuali e istituzionali.

IL PERICOLO PER IL MONDO

La mia preoccupazione è che si stia accumulando una quantità enorme di dolore, rabbia e ostilità.

Quando il dolore di una popolazione incontra il risentimento di altre comunità, il conflitto rischia di superare i confini geografici nei quali è nato. Può alimentare polarizzazione, estremismi, discriminazioni, violenze contro innocenti e nuovi conflitti.

Non è possibile prevedere dove condurrà questa dinamica, né è inevitabile che sfoci in una guerra mondiale. Ma sarebbe irresponsabile ignorarne i rischi.

Nessuna superiorità militare può cancellare la memoria di un popolo. Nessuna vittoria sul campo può garantire che le generazioni successive dimentichino le sofferenze dei propri padri. E nessuna sicurezza duratura può essere costruita sulla permanente insicurezza di un altro popolo.

La pace non nasce dalla paura che si riesce a imporre. Nasce dalla giustizia, dal riconoscimento dei diritti, dalla responsabilità per i crimini commessi e dalla possibilità di vivere senza essere costantemente minacciati.

Le decisioni prese oggi contribuiscono a costruire il mondo nel quale dovranno vivere anche i figli e i nipoti di israeliani e palestinesi.

E il mondo non può permettersi di lasciare che l'odio diventi l'eredità delle nuove generazioni.

Perché quando l'umanità smette di riconoscersi nell'altro, non perde soltanto la pace.

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