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La protesta è un fastidio non una voce da ascoltare
di
Edoardo Morello
IL PAESE SCENDE IN PIAZZA. IL GOVERNO GUARDA I MANGANELLI.
Ieri lavoratori, studenti, precari, pensionati e movimenti sociali sono scesi nelle strade di decine di città italiane contro il governo Meloni, il carovita, il riarmo e l'impoverimento progressivo di chi vive del proprio lavoro.
Una mobilitazione che ha attraversato il Paese, da Milano a Roma, da Torino a Napoli, fino ai porti dove i lavoratori contestano il commercio internazionale delle armi.
E subito è cominciata la solita contabilità politica.
L'USB parla di oltre un milione di manifestanti. Le autorità di pubblica sicurezza ne stimano circa 256mila.
Le cifre vanno controllate, certo. Ma nessuna differenza statistica può cancellare ciò che è accaduto: una parte del Paese ha deciso di non accettare in silenzio le scelte di questo governo.
La politica di Giorgia Meloni ha una direzione riconoscibile. Si rivendicano nuovi impegni militari, si celebra la disciplina dei conti pubblici e si chiede ai lavoratori di sopportare salari che non garantiscono più una vita dignitosa.
A chi protesta viene riservata un'attenzione ben diversa da quella dedicata alle sue rivendicazioni.
Le dichiarazioni del Viminale si concentrano sugli scontri, sulle tensioni e sui manifestanti violenti. Episodi che hanno effettivamente segnato la serata a Roma e Torino. Ma la stragrande maggioranza delle manifestazioni si è svolta senza incidenti.
Raccontare una mobilitazione nazionale quasi esclusivamente attraverso gli scontri significa scegliere quale parte della realtà mostrare e quale lasciare fuori.
Intanto nessuno sembra avere particolare fretta di rispondere alle domande di chi era in piazza.
Quanto ancora devono perdere potere d'acquisto i salari? Quanti giovani devono rinunciare a vivere autonomamente perché gli affitti divorano i loro redditi?
Perché le spese militari vengono difese come necessarie mentre ogni investimento sociale deve superare l'esame della compatibilità finanziaria?
Il governo può anche continuare a considerare queste proteste un fastidio da contenere.
Ma la rabbia sociale non nasce dai cortei. Nasce dalle condizioni materiali che portano le persone a scendere in strada.
Ed è precisamente di quelle condizioni che Meloni dovrebbe rispondere.
Invece di parlare sempre di sicurezza, provi una volta a parlare di giustizia sociale.
 
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