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La connessione
di
Elisa Fontana
Le manifestazioni di venerdì scorso in tutta Italia, oltre a mostrare un’onda di popolo inarrestabile ma allegra e decisa a riappropriarsi delle piazze, ci ha mostrato anche qualche altro segnale che io non trascurerei.
Ci ha mostrato il tentativo spontaneo di instaurare un rapporto nuovo con le forze dell’ordine da parte di tanti ragazzi. A Napoli un manifestante ha portato un vassoio di sfogliatelle agli agenti schierati. I ragazzi di Bologna passano davanti agli agenti augurando loro buon lavoro. E gli agenti rispondono togliendosi i caschi e poggiando gli scudi a terra. Altrove mazzetti di garofani regalati (fiore non casuale, mi viene da dire, ricordando la rivoluzione dei garofani), strette di mano.
Ora, nessuno pensi che io voglia fare la riedizione del libro Cuore, perché poi i momenti di tensione e le cariche a Roma e a Torino ci sono state, ma questo clima nuovo e diverso c’è stato e va rigorosamente e doverosamente registrato.
In quell’augurare ai poliziotti buon lavoro c’è il riconoscimento della loro funzione, ma anche la rivendicazione del loro diritto di manifestanti di essere lì. E anche quel ragazzo che a Torino si è messo con uno specchio davanti agli agenti schierati chiedendo loro “ma da bambini vi immaginavate così?” è un richiamo al dialogo e all’umanizzazione di entrambe le parti.
Sembra quasi un modo per dire a tutti di non cadere nella trappola in cui cadevano i polizotti della Celere e gli studenti di Valle Giulia, i figli del proletariato in divisa e gli studenti borghesi: vedersi nemici e combattersi invece di riconoscersi come alleati contro un potere economico e politico che sulla loro contrapposizione si permetteva di continuare a fare i propri affari e a spingerli verso quella civiltà dei consumi che li avrebbe fagocitati e disinnescati tutti.
Questi ragazzi hanno voluto dire ai poliziotti di non cadere nella trappola del potere politico ed economico che li vorrebbe nemici acerrimi mentre loro continuano indisturbati per le loro strade di sfruttamento.
Hanno voluto dire che anche i poliziotti hanno famiglia, figli, stipendi da fame e bollette da pagare e che sono di fatto sulla stessa parte della barricata di chi venerdì ha manifestato per avere un presente migliore, un futuro meno nebuloso, un diritto effettivo allo studio, una sanità decorosa, scuole agibili. Hanno voluto dire che ciascuno può fare il proprio lavoro, il popolo manifestare e la polizia salvaguardare l’ordine pubblico, in modo democratico.
Perché la stragrande maggioranza di chi manifesta è pacifica e una grande vittoria di una democrazia è avere forze dell’ordine democratiche che non scambiano il proprio ruolo per quello di vendicatori assetati di idranti e manganelli.
Certo, in questo quadro di possibile connessione democratica, in tutto il mondo, non solo in Italia, si insinua poi la politica, spessissimo braccio operativo di quei centri economico-finanziari a cui giova tenere alta la tensione nelle piazze e nella società di modo che non vengano disturbati i propri affari.
Ecco, forse la lezione che timidamente ma chiaramente viene da queste piazze è l’aver capito che non si fronteggiano due nemici, ma che il vero nemico è altrove. Speriamo solo che non sia un momento fuggevole e aleatorio, ma l’inizio di una vera connessione, ne guadagneremmo tutti.
 
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