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Istraele: l'eccezione diventata sistema
di Emma Buonvino
C'è una questione che non può più essere elusa: il rapporto tra lo Stato di Israele, il diritto internazionale e la responsabilità per le proprie azioni.
Dal 7 ottobre 2023, Israele ha esteso le proprie operazioni militari ben oltre Gaza e i territori palestinesi occupati. Ha colpito Libano, Siria, Yemen, Iran e Qatar, allargando progressivamente il raggio delle proprie operazioni.
Non siamo davanti a un singolo episodio, a una singola guerra o a un'emergenza circoscritta. Siamo davanti a una politica di proiezione militare regionale che pone interrogativi enormi sulla sovranità degli Stati e sui limiti dell'uso della forza.
A Gaza le conseguenze sono devastanti. Secondo UNICEF, al 30 giugno 2026 risultavano uccisi almeno 21.700 bambini palestinesi dall'inizio della guerra. Almeno 1,3 milioni di persone risultavano sfollate. La distruzione delle infrastrutture sanitarie, idriche e fognarie ha esposto quasi l'intera popolazione a gravissimi rischi sanitari.
E non si tratta soltanto di bombardamenti.
In Cisgiordania proseguono occupazione, demolizioni, espropriazioni, espansione degli insediamenti e violenze dei coloni. La popolazione palestinese continua a subire restrizioni della libertà di movimento, arresti, espulsioni e privazioni dei propri diritti fondamentali.
Le indagini della Commissione internazionale indipendente delle Nazioni Unite hanno documentato anche torture, stupri e altre forme di violenza sessuale contro detenuti palestinesi. La stessa Commissione ha denunciato l'assenza di effettive responsabilità giudiziarie per numerosi episodi esaminati.
Qui entra in gioco un'altra anomalia: l'impunità.
Le Convenzioni di Ginevra, il diritto internazionale umanitario, il divieto di acquisizione territoriale con la forza e le norme sulla protezione dei civili non sono disposizioni facoltative.
Non diventano applicabili soltanto quando conviene politicamente. Non esistono Stati autorizzati a scegliere quali regole rispettare.
Eppure, nel caso israeliano, la distanza tra le norme internazionali e la loro effettiva applicazione è diventata una questione politica internazionale di enorme portata.
Le condanne, le risoluzioni, le indagini e le pronunce giudiziarie non hanno prodotto un sistema di responsabilità capace di impedire la reiterazione delle violazioni contestate.
Il sostegno diplomatico e militare di alleati potenti, soprattutto degli Stati Uniti, ha contribuito a rendere estremamente difficile l'applicazione di pressioni efficaci.
C'è poi un elemento che merita un'analisi altrettanto seria: la rappresentazione permanente di Israele come vittima.
Il 7 ottobre 2023 è stato un massacro di civili israeliani e la presa di ostaggi da parte di Hamas è un crimine che non può essere minimizzato. La sicurezza degli israeliani è un diritto e deve essere garantita.
Ma riconoscere il diritto di Israele alla sicurezza non significa concedergli un diritto illimitato alla forza.
La memoria della persecuzione subita dal popolo ebraico, compresa la Shoah, merita rispetto assoluto. Non può però diventare uno scudo politico contro ogni critica alle decisioni di un governo, alle operazioni di un esercito o alle politiche di uno Stato.
Criticare Israele non significa essere antisemiti. Denunciare le violazioni commesse dalle autorità israeliane non significa negare agli israeliani il diritto di vivere in sicurezza.
Confondere deliberatamente questi piani significa impedire qualsiasi discussione fondata sul diritto e sulle responsabilità.
E soprattutto significa sottrarre anche la società israeliana al confronto necessario sulle proprie scelte politiche e militari.
La questione, dunque, non è stabilire se Israele abbia il diritto di esistere. Nessuno Stato ha il diritto di esistere al di sopra della legge.
La questione è perché un governo possa continuare a esercitare una forza militare così estesa, occupare territori, colpire Stati sovrani, provocare catastrofi umanitarie e accumulare contestazioni internazionali senza che si determini una risposta proporzionata alla gravità dei fatti.
Questo è il vero problema.
Non esistono vittime di serie A e vittime di serie B. Non esistono bambini la cui morte debba essere considerata meno importante per la loro nazionalità. Non esistono confini che possano essere attraversati militarmente senza conseguenze giuridiche.
Uno Stato non è al di sopra del diritto internazionale. Nessuna storia nazionale, nessun trauma collettivo, nessuna minaccia alla sicurezza può trasformarsi in una licenza permanente di violare i diritti altrui.
Se il diritto internazionale vale per tutti, deve valere anche per Israele.
Altrimenti non siamo più davanti a un ordinamento internazionale fondato su regole comuni, ma a un sistema nel quale la forza, le alleanze e il peso geopolitico stabiliscono chi debba rispondere delle proprie azioni e chi possa continuare a non farlo.
E questa non è soltanto una tragedia palestinese.
È una crisi dell'intero sistema internazionale.
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