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28 ottobre 2026
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Israele al voto: il vero rischio
di Paolo Mossetti

Quando sono stato in Israele, i pacifisti più in gamba con cui ho parlato mi hanno detto tutti la stessa cosa: da soli non ce la facciamo. Non possiamo aspettare che sia la società israeliana a cambiare, senza pressioni dall’esterno.

Invece dalle nostre parti spesso sentiamo dire un'altra storia: bisogna lasciar fare la democrazia del nostro alleato geopolitico; del resto, guardate quanti sono scesi in piazza contro Netanyahu. Un modo per scacciare il pessimismo e squalificare le proposte più critiche.

Il "miracolo", se così si può chiamare, degli ultimi tre anni è stato quello di aver rivisto sull'agenda di milioni di persone le radici profonde del conflitto, ben oltre il solo lamento unanitario.

Se c'è stato un impatto politico nella distruzione di Gaza, è nell'aver incrinato alcune certezze del dibattito che sembravano intoccabili. Alcuni cliché che sembravano immutabili sono crollati. Ha reso più difficile ignorare la radicalizzazione della società israeliana, il conformismo di una parte dei media e la prepotenza che i sostenitori di Israele hanno esercitato per anni sulle decisioni politiche e sul modo di raccontare.

Ma le elezioni potrebbero riportarci al punto di partenza. Se Netanyahu si toglierà da mezzo per un po', o addirittura finirà in galera, tornerebbe comodo raccontarlo come un’anomalia, una parentesi drammatica della storia di un Paese su cui molto establishment proietta la sua ideologia personale. La si proclamerebbe chiusa, quella parentesi, per ripristinare la vecchia normalità.

Il problema non è soltanto che l’opposizione a Netanyahu non coincide necessariamente con un’opposizione all’occupazione, o con la volontà di rilanciare la soluzione dei due Stati o di costruire un rapporto diverso con i palestinesi (cose che ormai sanno le pietre). O che la sfida alle urne è soprattutto tra destra e destra estrema, o che le proposte liberali sono pressoché estinte.

C’è anche una ragione meno nobile per cui molti, persino tra i progressisti europei, vorrebbero voltare pagina: Israele è rimasto, nonostante l'ampliamento del dicibile pubblico, un tema scomodo e polarizzante.

Nelle redazioni, negli ambienti culturali e editoriali precarizzati, rompere con il vecchio consenso può avere un costo. Se l'ordine di scuderia di molti direttissimi e rappresentanti delle élite sarà tornare alle veline dell'IDF e ai vecchi luoghi comuni sulla Tel Aviv "hip", molti intellettuali di sinistra, per ragioni professionali, potrebbero adeguarsi. E così, una volta finita l'era Netanyahu, potrebbe finire anche la disponibilità a parlarne.

Il paradosso dunque è che la sconfitta elettorale di Netanyahu, pur da celebrare se dovesse rallentare la mattanza, o se dovesse vedere i partiti arabi decisivi, potrebbe indebolire proprio quella pressione internazionale che ha contribuito a rendere visibile la questione Israele e a mettere sul tavolo l'ipotesi di qualche timida riforma della diplomazia, o qualche sanzione.

In realtà, le elezioni da guardare per una possibile svolta non sono quelle di oggi, ma le Midterm. Solo gli Stati Uniti hanno gli strumenti per condizionare le scelte del governo israeliano. E forse solo un conflitto nella destra MAGA potrà rendere possibile usarli.

Sono proprio gli israeliani democratici che abbiamo conosciuto in questi anni a ricordarci che raccontare Israele non significa proteggerlo dalle proprie gravi contraddizioni, alimentarne il vittimismo (come fanno molti nostri liberal-centristi) o normalizzare il razzismo verso gli arabi.

La questione, ovviamente, non è soltanto chi governerà dopo Netanyahu, e magari proverà a rallentare la pulizia etnica e i coloni violenti. È se, quando Netanyahu non ci sarà più, l’Occidente arroccato su sé stesso sarà ancora disposto a guardare Israele per quello che è, anziché per quello che ha bisogno di credere che sia.

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