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La maggioranza che non può contare
di Edoardo Morello
𝐼𝑠𝑟𝑎𝑒𝑙𝑒 𝑣𝑜𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑜𝑡𝑎𝑣𝑎 𝑑𝑎𝑙 1999, 𝑒 𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑐𝑖𝑡𝑡𝑎𝑑𝑖𝑛𝑖 𝑝𝑎𝑙𝑒𝑠𝑡𝑖𝑛𝑒𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑞𝑢𝑖𝑠𝑡𝑎𝑛𝑜 𝑙𝑎 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑡𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑝𝑖ù 𝑎𝑚𝑝𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒. 𝐷𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑠ì 𝑖𝑙 𝑛𝑢𝑚𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛𝑜 𝑣𝑢𝑜𝑙𝑒 𝑝𝑟𝑜𝑛𝑢𝑛𝑐𝑖𝑎𝑟𝑒.
A Tayibeh, nella notte, li portano in spalla. Nei video che girano dopo la chiusura dei seggi ci sono uomini sollevati sopra la folla, bandiere di partito, telefoni alzati a riprendere altri telefoni. Sono le dieci passate di martedì, e gli exit poll dicono diciannove seggi alle liste arabe. Diciannove. Nella Knesset uscente erano dieci.
Poi arriva la mattina, e con la mattina l’aritmetica.
Al cinquantasette per cento dello spoglio la Commissione elettorale centrale scrive tre numeri. Cinquantacinque seggi al blocco di Benjamin Netanyahu. Quarantanove a quello raccolto attorno a Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore. Sedici alla Lista comune e a Ra’am. La maggioranza è sessantuno.
Basta una somma da scuola elementare. Quarantanove più sedici fa sessantacinque. Un governo senza Netanyahu c’è già, è scritto nelle schede. Per vederlo, però, bisogna contare tutti.
In campagna elettorale Netanyahu aveva agitato l’affluenza araba come uno spauracchio, per spingere i suoi alle urne. Li ha chiamati antisionisti, ha escluso qualsiasi governo con loro. Niente di nuovo: è il suo mestiere, lo fa da trent’anni.
La novità, se così si può chiamare, sta dall’altra parte. Eisenkot commenta gli exit poll e parla di sfiducia verso il governo del 7 ottobre tra la «maggioranza sionista». Un aggettivo. Ne basta uno per tracciare un confine dentro il corpo elettorale e lasciare fuori un cittadino su cinque.
Gli uomini portati in spalla a Tayibeh votano, pagano le tasse, hanno la carta d’identità blu. Nel conto di chi dovrebbe sostituire Netanyahu non entrano. Sedici seggi, e nessuno che li corteggi.
Eppure si è votato in massa. Settantasette virgola sette per cento, il dato più alto dal 1999, otto punti più del 2022. Un paese che esce di casa, fa la fila, sceglie. E consegna un parlamento in cui la maggioranza contraria a Netanyahu esiste, ma non ha il permesso di esistere.
Adesso si aspettano le doppie buste. Seicentocinquantamila voti, quasi tutti di militari: la scheda dentro una busta, la busta dentro un’altra con il nome e il seggio d’origine. Le apriranno alla Knesset il ventinove ottobre. Valgono quindici seggi. Tra le truppe ha votato quasi l’ottanta per cento.
C’è un partito che si chiama Riservisti ed è fermo al due virgola sei, sotto la soglia. Se gli uomini in divisa lo spingono oltre il tre virgola venticinque, entrano quattro deputati e la geometria si sposta di nuovo. Molti di quei voti arrivano da chi è tornato da Gaza.
In questi due anni ho letto spesso una frase: Netanyahu non è la causa, è l’effetto. La notte di Tayibeh non la smentisce. La rende più precisa. Per la maggioranza degli elettori ebrei israeliani Gaza non è stata una discriminante. Chi pensava che il paese avrebbe cambiato rotta guardava il timoniere. La rotta non era in discussione nemmeno tra chi voleva sostituirlo.
Ma il paese non è uno solo. Dentro i confini di Israele due milioni di palestinesi sono andati a votare come non avevano mai fatto. È l’unico pezzo di questo elettorato che nessuno vuole al governo.
Il quattro novembre arriveranno i risultati ufficiali. Il presidente riceverà i capilista uno per uno, come vuole il rito. Entreranno anche quelli della Lista comune e di Ra’am. Si siederanno, diranno il loro numero. Sedici. E dall’altra parte del tavolo qualcuno farà finta di non saperlo sommare
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