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La polizia a scuola
di Edoardo Morello
La polizia entra in una scuola. Sette ragazzi vengono accompagnati in commissariato.
Succede al Giordano Bruno, nel quartiere Tufello, a Roma, durante un tentativo di occupazione. Non possiamo far scivolare una notizia così dentro la normalità.
Le testimonianze raccolte da Giansandro Merli sul manifesto parlano di ragazzi radunati in un’aula, identificati e poi caricati sulle volanti. Luca Blasi, assessore municipale intervenuto sul posto, descrive una protesta senza danneggiamenti e giudica assurdo portare dei quindicenni in commissariato in quel contesto. Sono testimonianze che meritano risposte, non una scrollata di spalle.
La Questura fornisce una versione diversa: segnalazione di giovani a volto coperto e con catene, sette ragazzi non iscritti alla scuola accompagnati negli uffici di polizia e poi riaffidati ai genitori. Questa versione va riportata. Ma non chiude la questione: impone di chiarire quali condotte individuali abbiano giustificato l’accompagnamento e perché non fosse sufficiente l’identificazione sul posto.
Non occorre approvare un’occupazione per pretendere che ogni intervento di polizia sia necessario, motivato e proporzionato. Non occorre condividere ogni parola degli studenti per rifiutare che il rapporto con loro venga ridotto a una questione di ordine pubblico.
A rendere il quadro ancora più preoccupante sono le testimonianze delle avvocate riportate dal manifesto: ragazzi incensurati trattenuti preventivamente con motivazioni che le legali contestano come generiche, in un caso richiamando il possesso di uno scaldacollo. Denunce da verificare fino in fondo, non da liquidare come il prezzo inevitabile della sicurezza.
E l’opposizione? C’è chi è intervenuto, e va riconosciuto: Luca Blasi, assessore alla Casa e alla Cultura del III Municipio di Roma, di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS), ha raggiunto gli studenti davanti alla scuola. Elisabetta Piccolotti, deputata della stessa formazione politica, ha denunciato l’accaduto. Ma questi interventi devono diventare un’iniziativa politica più ampia: richieste formali di chiarimento, controllo parlamentare e presenza accanto a studenti e famiglie. Non basta affidare la difesa del dissenso alla sensibilità di singoli esponenti.
A mio avviso, la prudenza di chi dovrebbe contrastare questa deriva sta diventando eccessiva. Difendere le garanzie non significa giustificare qualsiasi comportamento. Significa impedire che il sospetto sostituisca i fatti e che l’intimidazione prenda il posto del confronto.
La sicurezza non può diventare una parola che interrompe ogni domanda. Soprattutto quando, dall’altra parte, ci sono dei minorenni.
Una scuola deve poter affrontare anche il conflitto, non limitarsi a farlo portare via.
 
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