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Una buona domenica di garantismo
di Edoardo Morello
Il garantismo è una cosa bellissima. Soprattutto quando vale per tutti, non soltanto per gli amichetti loro.
Per gli amici che finiscono nelle inchieste sulle frequentazioni con mafiosi e bisteccherie, per quelli coinvolti nella vicenda di uno sparo a un cenone di Capodanno, per quelli accusati di truffare lo Stato o di bancarotta, il repertorio è sempre quello: aspettiamo le sentenze, non celebriamo processi mediatici, distinguiamo le responsabilità, rispettiamo la presunzione d’innocenza.
Giusto. Sacrosanto. Da sottoscrivere.
Poi, però, arriva qualcuno che non appartiene al giro e la prudenza evapora. Nelle prime pagine qui raccolte diventa «il capo del branco», «un professorino islamico», «l’ayatollah dei maranza». Fino al salto definitivo: «Non è disagio, è Islam».
Non più una condotta da accertare e una responsabilità individuale da dimostrare: un’identità religiosa trasformata in spiegazione del crimine.
Per gli amici, dunque, ogni distinzione è indispensabile. Per gli altri basta un titolo: il processo è già finito, la sentenza è pronta e la colpa può allargarsi a un’intera comunità.
Il punto non è negare agli amici le garanzie. È riconoscerle anche agli altri. Anche a chi ci sta antipatico, anche a chi sostiene idee che detestiamo, anche a chi è accusato di fatti gravi. Altrimenti non stiamo difendendo un principio: stiamo proteggendo una comitiva.
La **presunzione d’innocenza** non è una tessera di partito. E il garantismo non dovrebbe funzionare come il privé di un locale: dentro gli amici, fuori tutti gli altri.
Buona domenica. Agli innocenti fino a prova contraria. Non soltanto a quelli della compagnia.
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