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24 ottobre 2026
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Trump reprime il dissenso su Israele negli atenei di Marilina Mazzaferro

L'amministrazione Trump, in collusione con numerosi college e università – sia pubblici che privati ​​– ha scatenato una delle campagne più capillari e coordinate della storia statunitense volte a sopprimere la libertà di espressione e a limitare il diritto di protesta.

I bersagli sono persone che hanno il coraggio di sostenere la liberazione e la sovranità palestinese, e di condannare il genocidio perpetrato dal governo israeliano a Gaza, così come le sue atrocità in Cisgiordania.

Sebbene la storia USA sia costellata di attacchi alle libertà civili tutelate dalla Costituzione, la portata e l'entità di questa repressione sistematica contro le voci a sostegno della causa palestinese la rendono una delle peggiori. E siamo ben lontani dalla fine.

La storia degli Stati Uniti è segnata da ripetuti episodi in cui il governo, con la complicità di organizzazioni e istituzioni private, ha deliberatamente censurato opinioni e punito proteste che esprimevano posizioni politiche in contrasto con quelle di chi detiene il potere. Sebbene siano le vittime dirette di tale repressione sistematica a subire le conseguenze più gravi, a essere colpito è, in ultima analisi, l'intero popolo americano.

Ci viene impedito di accedere a fatti e prospettive che, se fossero liberamente disponibili, alimenterebbero la nostra opposizione a politiche che l'amministrazione Trump, il governo israeliano e i loro sostenitori vorrebbero mantenere al riparo da ogni critica. La repressione distorce il dibattito pubblico in un'unica direzione, proteggendo la propaganda governativa da qualsiasi analisi critica e, di fatto, emarginando – se non eliminando del tutto – informazioni scomode e punti di vista divergenti.

Eppure, parallelamente, si è affermata una tradizione americana ben diversa. Mentre coraggiosi difensori del popolo palestinese e critici espliciti di Israele vengono puniti per il solo fatto di aver espresso le proprie opinioni politiche, essi – insieme ai loro alleati – stanno reagendo, denunciando le ingiustizie e organizzando una resistenza su scala nazionale.

Di fatto, abbiamo visto più volte come gli atti di repressione, crudeli e ingiusti, perpetrati dal governo americano e dai suoi complici, finiscano per essere smascherati dalla popolazione stessa; ciò rafforza la nostra determinazione a resistere e intensifica le nostre richieste di giustizia.

L'uso strumentale delle leggi sui diritti civili per mettere a tacere chi sostiene la causa palestinese. Di recente, l'ampiezza della campagna repressiva contro la libertà di espressione sulla questione palestinese è stata documentata nel dettaglio in due distinti rapporti, redatti da autorevoli difensori dei diritti sanciti dal Primo Emendamento.

Lo scorso novembre, l’American Association of University Professors (AAUP) e la Middle East Studies Association (MESA) hanno pubblicato un rapporto di 40 pagine intitolato «Discriminating Against Dissent: The Weaponization of Civil Rights Law to Repress Campus Speech on Palestine» (Discriminare il dissenso: la strumentalizzazione della normativa sui diritti civili per reprimere il dibattito sulla Palestina nei campus).

Nel settembre di quest'anno, l'ACLU ha pubblicato un esauriente rapporto di 322 pagine intitolato "Student Speech Under Attack: Suppression of Pro-Palestine Speech and Dissent on Campus" (La libertà di espressione degli studenti sotto attacco: repressione delle voci e del dissenso filo-palestinesi nei campus).

Il rapporto dell'AAUP e della MESA documenta come, negli ultimi due anni, "il governo degli Stati Uniti abbia adottato misure senza precedenti per reprimere la libertà di espressione nei campus – incluse attività di ricerca, attivismo e protesta – che si oppongono alla guerra genocida dello Stato di Israele contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza", aprendo così "la strada a profonde trasformazioni nei college e nelle università statunitensi".

Questa nuova ondata di repressione va ben oltre la storica "eccezione palestinese" al Primo Emendamento. "La questione palestinese non rappresenta tanto un'eccezione alla libertà accademica, quanto piuttosto un pretesto per cancellare del tutto tale principio, nell'ambito di un attacco autoritario all'autonomia dell'istruzione superiore e all'idea stessa di equità razziale e di genere".

Contro ogni intuizione, il rapporto dell'AAUP e della MESA rileva che "il principale strumento giuridico di repressione della libertà di espressione nei campus è stato la normativa sui diritti civili; nello specifico, il Titolo VI del Civil Rights Act del 1964, che vieta alle istituzioni beneficiarie di fondi federali di attuare discriminazioni basate su 'razza, colore o origine nazionale'".

Negli ultimi vent'anni, attori filo-israeliani, all'interno e all'esterno del governo, hanno spinto per una reinterpretazione del Titolo VI, includendovi una nozione ampia di antisemitismo che può essere facilmente utilizzata per classificare molte critiche a Israele come discriminazioni illecite.

Secondo il rapporto, dalla fine del 2023 "gruppi filo-israeliani hanno inondato gli amministratori scolastici e il governo federale di denunce per antisemitismo, dando il via a un'ondata di indagini; parallelamente, tali organizzazioni hanno intentato numerose cause legali private presso i tribunali federali".

Sotto la pressione di gruppi filo-israeliani, "l'amministrazione Biden ha favorito l'equiparazione tra antisemitismo e antisionismo, avallando di fatto il giro di vite delle università contro le voci critiche". L'amministrazione Trump, dal canto suo, "si è spinta ancora oltre, strumentalizzando l'antisemitismo come pretesto per promuovere un'agenda di estrema destra all'interno dell'istruzione superiore".

L’AAUP e la MESA hanno rilevato che, su 102 lettere di denuncia per presunto “antisemitismo”, tutte tranne una si concentrano su prese di posizione critiche nei confronti di Israele; di queste, il 79% contiene accuse di antisemitismo che si limitano a descrivere critiche a Israele o al sionismo, senza alcun riferimento agli ebrei o all’ebraismo; inoltre, almeno il 50% delle denunce è costituito esclusivamente da tali critiche.

Secondo il rapporto, a oggi, nessuna causa legale basata sul Titolo VI e riguardante l'antisemitismo è giunta a processo o si è conclusa con una sentenza favorevole ai querelanti; al contrario, le accuse formulate ai sensi del Titolo VI sono state archiviate in nove procedimenti, due dei quali sono attualmente in fase di appello. Sebbene le motivazioni dell'archiviazione varino, «in alcuni casi i giudici hanno mostrato scetticismo verso la strumentalizzazione delle denunce di antisemitismo, sollevando preoccupazioni riguardo alle tutele garantite dal Primo Emendamento».

Nell'unica sentenza d'appello emessa finora, la Corte d'Appello del Primo Circuito ha escluso che le proteste sulla Palestina presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT) potessero essere qualificate come molestie antisemite, respingendo i tentativi «di soffocare il discorso antisionista etichettandolo come intrinsecamente antisemita».

«Per quanto nobile possa essere l'obiettivo della non discriminazione, le istituzioni non possono essere minacciate di responsabilità civile per essersi rifiutate di censurare discorsi protetti dal Primo Emendamento», ha osservato il giudice distrettuale statunitense Gerald Austin McHugh nel respingere le accuse basate sul Titolo VI contro l'Haverford College. «Il Titolo VI non costituisce uno strumento attraverso il quale gli studenti possano imporre la propria visione su come gestire questioni controverse all'interno del campus».

Nel respingere una causa per antisemitismo contro l'Università della Pennsylvania, il giudice Mitchell Goldberg ha rilevato che le accuse, «anche interpretate nella luce più favorevole, non possono essere considerate antisemite; nel peggiore dei casi, i querelanti accusano l'ateneo di tollerare e consentire l'espressione di punti di vista differenti dai propri».

Nel suo rapporto, l'ACLU ha individuato quella che si potrebbe definire una nefasta alleanza repressiva tra l'amministrazione Trump e gli atenei statunitensi.

Sulla base di un'indagine durata due anni, che ha preso in esame gli eventi verificatisi in 46 campus pubblici e 34 privati ​​— situati in 28 Stati e nel Distretto di Columbia —, l'ACLU ha documentato «le risposte eccessive e sproporzionate, da parte di alcuni amministratori universitari e delle forze dell'ordine, alle proteste nei campus riguardanti l'offensiva di Israele a Gaza, scatenata dagli attacchi guidati da Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023».

Secondo l'organizzazione Armed Conflict Location & Event Data (ACLED), tra il 7 ottobre 2023 e il 3 maggio 2024 negli Stati Uniti si sono svolte oltre 1.360 manifestazioni studentesche per protestare contro la campagna militare in corso del governo israeliano nei confronti dei palestinesi a Gaza, per chiedere il disinvestimento delle università da Israele e per sostenere i diritti dei palestinesi. Nel primo semestre del 2024 sono stati allestiti più di 170 accampamenti. L'ACLED ha rilevato che il 97 per cento di tali proteste si è svolto in modo pacifico.

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