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Il panico dei palazzi romani
di Giuseppe Franco Arguto
Rebecca Solnit, in 'Un paradiso all'inferno' (Fandango, 2009; ed. orig. A Paradise Built in Hell), ha attraversato le macerie di alcune grandi catastrofi, dal terremoto di San Francisco del 1906 all'uragano Katrina del 2005, e ne è uscita con una conclusione che rovescia l'immaginario del cinema catastrofico: quando tutto crolla, la gente comune non si abbandona al saccheggio né alla legge del più forte, ma si organizza spontaneamente per soccorrersi. Il panico autentico abita altrove, ai piani alti.
È quello che i sociologi Caron Chess e Lee Clarke hanno chiamato «panico delle élite» e che Solnit ha reso celebre: la paura di chi governa davanti alla folla, vista non come un insieme di persone ma come un nemico da contenere, e la risposta che ne discende, sempre uguale, mandare i soldati.
Il riflesso del potere è lo stesso che Solnit descrive.
Il dispiegamento della forza bruta – c'è altra definizione per chi schiera gli strumenti della guerra nelle strade civili? – è la confessione esplicita di un'impotenza: quella di una classe politica incapace di mettere mano alle cause che accendono la rabbia, espressione di un malessere antico che i Palazzi romani hanno smesso da tempo di ascoltare. Eppure la storia lo aveva già scritto, e proprio nel '68.
Nel febbraio di quell'anno la commissione voluta dal presidente Johnson per indagare sulle rivolte che avevano incendiato le città americane, la Commissione Kerner, consegnò un rapporto che spiazzò chi l'aveva commissionato: le cause non stavano in qualche regia sovversiva ma nella segregazione, nella disoccupazione, nella povertà, e la risposta indicata non era più polizia ma più case, più lavoro, più scuola.
Il paese, avvertiva, stava scivolando verso due società separate e diseguali. Johnson lo ignorò. Da allora ogni governo che manda i soldati dove servirebbero i servizi ripete lo stesso gesto, dimenticando che si toglie la terra sotto i piedi della violenza soltanto rimuovendo le disuguaglianze che la nutrono; tutto il resto è presidio di vetrine. Anche in questo frangente la classe politica allarga la distanza abissale tra i palazzi dorati e le piazze del dissenso, rovesciando tutto nello stesso contenitore: teppismo, delinquenza e, all'occorrenza, terrorismo politico.
Non una parola, non un gesto, non un progetto per i giovani, se non quelli che li riguardano come imputati.
Il punto, allora, non è assolvere chi saccheggia, ma rifiutare il ricatto che ci chiede di scegliere tra la vetrina e il soldato. Tra l'una e l'altro si apre uno spazio enorme, ed è lo spazio della Politica, ossia del dialogo e del confronto, che i palazzi hanno abbandonato: quello delle realtà che si organizzano da sé, dei quartieri, delle scuole, dei luoghi in cui i giovani possano essere qualcosa di più di un problema di ordine pubblico.
Tocca a noi abitarlo, prima che lo occupino per sempre i soldati.
 
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