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22 ottobre 2026
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Schiavo: una storia mediterranea - 5
di Alessandro Zilli

Il passato non ha bisogno di essere assolto

Non sono particolarmente convinto che il compito della storia consista nel distribuire condanne morali a posteriori, soprattutto quando il giudizio finisce per sostituire l'analisi delle strutture economiche, delle istituzioni e delle mentalità; ma non credo neppure che la necessità di comprendere gli uomini del passato imponga di sospendere qualsiasi riflessione sulle conseguenze delle loro azioni, quasi che tutto ciò che una società considera legittimo debba per questo diventare moralmente irrilevante.

Possiamo riconoscere la straordinaria capacità commerciale dei veneziani senza dimenticare il ruolo che ebbero nel traffico degli schiavi, così come possiamo ammirare la magnificenza della Reggia di Caserta sapendo che alla sua costruzione parteciparono uomini privati della libertà; e possiamo studiare le contraddizioni dell'Europa illuminista senza liquidarle come una semplice ipocrisia, perché il contrasto tra principi universalistici e pratiche sociali discriminatorie costituisce uno dei problemi fondamentali attraverso i quali comprendere la lenta e tutt'altro che lineare affermazione dei diritti individuali.

In questo senso, la storia della schiavitù italiana possiede un interesse che va ben oltre il desiderio di riscoprire qualche episodio dimenticato o di ridimensionare le responsabilità delle grandi potenze coloniali. Ci costringe piuttosto a osservare la modernità europea da una prospettiva meno celebrativa, riconoscendo che la libertà non si affermò attraverso una successione inevitabile di conquiste, ma mediante conflitti politici, trasformazioni economiche, elaborazioni giuridiche e mutamenti culturali che incontrarono resistenze profonde.

Se dunque la prossima volta che guarderemo Kunta Kinte incatenato su una nave proveremo la stessa indignazione di sempre, non vedo alcuna ragione per considerarlo un atteggiamento ingenuo o eccessivo; semmai, sarebbe opportuno che quella indignazione fosse accompagnata dalla consapevolezza che il Mediterraneo, del quale amiamo raccontare la raffinatezza culturale e la straordinaria capacità di mettere in comunicazione popoli differenti, fu anche uno spazio nel quale la libertà degli individui poteva essere negata, negoziata e venduta. Potremmo allora ricordare che nelle città dalle quali partirono alcuni dei più importanti commerci europei si svolgevano anche compravendite di persone, che nelle abitazioni delle famiglie più rispettabili potevano vivere donne prive della libertà e che perfino nei grandi cantieri delle monarchie riformatrici del Settecento trovavano impiego schiavi catturati nelle guerre mediterranee. Non per attribuirci una responsabilità ereditaria che non avrebbe alcun fondamento, ma per evitare di costruire il giudizio storico attraverso una comoda separazione tra le colpe altrui e le virtù nostre.

Ed è forse proprio qui che il nostro innocente «ciao» acquista un significato particolare, perché quella parola, che oggi esprime familiarità e affetto, conserva nella propria genealogia una traccia linguistica di un mondo nel quale la subordinazione personale era abbastanza diffusa da diventare perfino una formula di cortesia. Non sappiamo naturalmente nulla della schiavitù di chi ci sta davanti quando lo salutiamo, né pronunciamo quella parola con la minima intenzione di evocarla; ma il fatto che la sua storia attraversi popoli slavi, mercati medievali e formule veneziane dovrebbe ricordarci quanto la lingua sia capace di conservare ciò che la memoria pubblica ha finito per dimenticare.

Così, mentre continuiamo giustamente a commuoverci davanti alle vicende dello zio Tom e di Kunta Kinte, potremmo dedicare qualche attenzione anche a quegli uomini e a quelle donne che non ebbero la fortuna di entrare in un grande romanzo americano o in una serie televisiva di successo, e dei quali oggi conosciamo spesso soltanto il nome, la provenienza, il prezzo di vendita o il luogo di detenzione, perché sono proprio quelle esistenze, rimaste quasi invisibili tra le carte dei notai e negli archivi delle amministrazioni, a restituirci una parte fondamentale della storia italiana che le nostre narrazioni più rassicuranti hanno lasciato ai margini.

Non occorre, insomma, sdegnarci meno quando guardiamo Radici; sarebbe già un considerevole progresso imparare a rivolgere alla nostra storia la stessa curiosità, lo stesso rigore e, quando necessario, la stessa indignazione che riserviamo a quella degli altri.

Perché, quanto a schiavitù, non siamo stati affatto degli spettatori innocenti, e se oggi possiamo permetterci il lusso di salutare chiunque con un allegro «ciao», senza che nessuno pretenda di prenderci alla lettera, dovremmo almeno ricordare che per molti secoli, anche dalle nostre parti, essere lo schiavo di qualcuno non era una gentilezza linguistica.

Era una condizione dalla quale non sempre si poteva tornare indietro.

Post scriptum — La nostra letteratura, così perbene da non accorgersi di nulla

C'è poi un'altra faccenda, sulla quale varrebbe la pena soffermarsi: la straordinaria capacità della nostra tradizione letteraria di commuoversi per le ingiustizie del mondo, purché queste abbiano la cortesia di consumarsi a una distanza sufficientemente rassicurante.

Siamo stati capaci di costruire un'intera civiltà letteraria intorno alla dignità dell'uomo, alla libertà, alla pietà, alla giustizia e, naturalmente, alla denuncia dei soprusi. Abbiamo avuto poeti pronti a indignarsi per la tirannide, filosofi disposti a discutere dell'uguaglianza universale e intellettuali impegnati a spiegare all'umanità come avrebbe dovuto comportarsi. Nel frattempo, nelle case dei nostri patrizi si compravano esseri umani, nei porti si contrattavano ragazze come fossero stoffe orientali e nei cantieri delle nostre magnifiche regge lavoravano uomini ai quali nessuno aveva chiesto se desiderassero trovarsi lì.

Eppure, tutto questo sembra aver disturbato assai meno le coscienze letterarie di quanto non facessero le ingiustizie accuratamente collocate nell'antichità, nelle terre lontane o negli astratti territori della speculazione morale.

Naturalmente non tutti tacquero, né sarebbe serio pretendere che la letteratura costituisca uno specchio fedele e completo della società. Ma il problema è proprio questo: quali sofferenze una cultura sceglie di trasformare in grandi questioni morali e quali, invece, riesce tranquillamente a considerare parte dell'arredamento?

Forse il nostro è stato, almeno in parte, un fariseismo involontario, e perciò ancora più interessante: quello di uomini tanto profondamente convinti della propria superiorità morale da non riconoscere le contraddizioni sulle quali poggiava il loro stesso mondo. Non necessariamente degli ipocriti consapevoli, dunque, ma qualcosa di più sottile: persone capaci di predicare principi universali senza accorgersi che, appena fuori dalla porta, quegli stessi principi smettevano di valere.

E la cosa più divertente, se non fosse tragica, è che questa abitudine non ci ha ancora abbandonati. Ci riesce facilissimo riconoscere lo schiavismo quando indossa i costumi esotici delle piantagioni americane, quando parla attraverso le catene di Kunta Kinte o quando assume i contorni brutali di un mercante africano, arabo o di un piantatore del Mississippi. Diventa invece curiosamente meno riconoscibile quando entra dalla porta di servizio di un palazzo veneziano, rema su una galera pontificia o trasporta materiali nel cantiere di Vanvitelli.

L'ingiustizia lontana è perfetta: possiamo condannarla senza mettere in discussione nulla di ciò che ammiriamo di noi stessi. Quella vicina, invece, è terribilmente maleducata. Si ostina a comparire fra le pagine più gloriose della nostra storia e a insinuare che la civiltà, la raffinatezza e perfino l'umanesimo non abbiano necessariamente impedito agli uomini di considerare altri uomini una proprietà.

Sarebbe ingeneroso addossare agli scrittori tutte le responsabilità di questo silenzio selettivo. Ma sarebbe altrettanto ingenuo assolvere una tradizione culturale soltanto perché ha saputo parlare splendidamente della libertà.

Perché si può scrivere magnificamente della dignità umana e non accorgersi dello schiavo che sta servendo la cena. E forse il capolavoro del nostro fariseismo consiste proprio in questo: essere riusciti, per secoli, a sentirci dalla parte giusta della storia senza domandarci troppo seriamente chi, nel frattempo, stesse lavando i nostri panni, remando sulle nostre navi e costruendo i monumenti della nostra grandezza (e non solo la Reggia di Caserta!)

Salvo poi commuoverci sinceramente, beninteso, per lo zio Tom. Quello, almeno, aveva avuto il buon gusto di essere americano.

E alla fine di questa lunga riflessione ricca di citazioni ed evocazioni ricordo a tutti, italiani e non, rossi, bianchi, neri e gialli che il cacao è ancora raccolto da gente che vige in stato di effettiva schiavitù, che le terre rare sono per buona parte estratte da schiavi del nostro tempo, che i morti delle carrette del mare fuggono spesso dallo schiavismo. Uno schiavismo che ancora una volta non vediamo, uno schiavismo che ci appartiene da sempre anche se non vogliamo vederlo.


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