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Una famiglia nel ventennio
di Roberto Neri
“Non possiamo uccidervi ma vi faremo morire di fame!”.
Visto che “Piazzi” è il cognome più diffuso nella zona, chiamiamo pure così le persone di una ipotetica famiglia destinataria della minaccia vergata qui sopra, alla quale seguirà la deportazione. La loro succinta storia potrebbe iniziare come segue.
In un’alba nebbiosa dell’ottobre 1926 la famiglia Piazzi viene fatta uscire a forza dall’edificio colonico e poi divisa: bambini, vecchi e donne caricati su un camion militare che li aspetta col motore e i fari accesi e che subito romba via, gli uomini allontanati o portati in paese, i pochi mobili e gli attrezzi agricoli buttati su un altro camion, la vacca col suo vitellino e il pollame lasciati lì, abbandonati alla mercé o al buon cuore degli ormai ex vicini di casa.
L’autocarro coi Piazzi a bordo dopo due ore raggiunge il centro della grande città capoluogo e scarica i passeggeri sotto l’elegante portico giallo della caserma dei finanzieri, all’interno della quale verranno stipati nelle ore e nei giorni seguenti. Qui altri camion stanno lasciando a terra bambini, vecchi e donne di ulteriori famiglie deportate.
Nessuno ha fatto colazione, né qualcuno darà loro da mangiare per tutto il giorno. “Ma sono abituati” -ironizzeranno gli addetti- perché da molti mesi i Piazzi, come purtroppo centinaia di altre famiglie ischeletrite provenienti da quelle campagne, sono stati ridotti letteralmente alla fame.
Anche l’autocarro coi mobili raggiunge la grande città ma si dirige altrove, al vecchio Magazzino del sale dalle antiche e spigolose pareti di pietra. E’ là dentro che si accatastano le masserizie dei Piazzi insieme a quelle di altri nuclei già deportati, e dove si accumuleranno nelle prossime settimane quelle di altra gente; oggetti semplici ma che raccontano storie di vita quotidiana. Saranno svenduti all’asta.
Gli uomini della famiglia Piazzi, rimasti nei pressi della casa colonica svuotata, ma senza più un fondo da coltivare e un tetto sotto cui ripararsi, mani in tasca, bavero alzato, cappello calato sul viso e pancia vuota, nelle stesse ore hanno poche alternative. Restare in zona e venire probabilmente arrestati per vagabondaggio, o andare in Comune per implorare aiuto e poi dai carabinieri per denunciare chi li ha cacciati.
Anche nel secondo caso l’arresto è molto probabile, con un pretesto qualsiasi: resistenza, complotto, associazione a delinquere, disturbo della quiete pubblica. Meglio andare via. I Piazzi, i loro ex colleghi e altre famiglie che presto vivranno lo stesso incubo, sanno che, molto lontano da qui, ottenere un lavoro e trovare una qualche sistemazione dovrebbe essere possibile.
Una parte dei Piazzi andrà all’estero e ci resterà, un ramo raggiungerà il Torinese perché pare che lassù esista una rete di aiuto ai deportati e alle loro famiglie, e vi si stabilirà. I pochi fortunati -i Piazzi no, non sono tra questi- con il sostegno di parenti o amici fidati che daranno loro un aiuto resteranno nella grande città capoluogo o nei dintorni, ma nessuno di quelle famiglie mai più potrà tornare nel Comune dov’è nato e vissuto.
Due dei Piazzi, un figlio del capofamiglia e lo zio celibe, come previsto finiscono nelle celle del loro paese, celle che già conoscono. Lo zio finirà davanti a al Tribunale speciale e condannato a dieci anni di galera per la sua reiterata opposizione politica; ne sconterà sei in un penitenziario campano poi, amnistiato, emigrerà.
L’altro membro incarcerato non sarà nemmeno giudicato. Basterà una decisione della Questura che lo spedirà al confino sull’isola di Ustica per il massimo consentito, cinque anni; al termine si riunirà al ramo torinese dei Piazzi, troverà lavori saltuari e morirà in breve tempo a causa di un morbo contratto mentre scontava la pena.
La sorte degli immaginari coloni Piazzi -ma potevano chiamarsi Cocchi, Bonora o Fabbri- nella realtà tocca davvero ad almeno 250 famiglie ed avviene nell’autunno di appena un secolo fa. A disporne lo sradicamento riducendoli a profughi non è un qualche governo straniero occupante ma un cittadino italiano come loro, un quasi compaesano che spadroneggia nella zona: Augusto Regazzi.
Di questo signore, membro di una famiglia di imprenditori rurali e proprietari di terreni (i cosiddetti “agrari”), abbiamo già narrato un crimine; era il 1923 e Regazzi con altri prese parte all’omicidio di un contadino ma al processo, celebrato nel 1925, fu assolto dall’accusa di avere sparato alla vittima. Forte probabilmente di tale permissiva sentenza, il caporione nei mesi successivi prendeva di petto la situazione dell’ultimo gruppo di concittadini che pervicacemente gli si opponeva da anni.
Molinella, in provincia di Bologna, è il Comune teatro della scontro. Non è un paese qualsiasi, Molinella e bisogna spendere due parole per spiegare perché; si pensi che il primo sciopero per condizioni di vita meno disumane era avvento qui già nel 1869, ovvero all’alba del cammino per ottenere un po’ di giustizia sociale anche nel neonato regno d’Italia.
La località negli stessi anni aveva richiamato numerosi lavoratori per le grandi opera di bonifica necessarie ad arginare le ricorrenti esondazioni dei fiumi. La zona vedeva già la presenza di molta mano d’opera salariata al lavoro nei vasti appezzamenti di proprietà di enti ecclesiastici, di Opere pie o di poche famiglie come quella di Augusto Regazzi.
La teoria socialista, ma pure anarchica e repubblicana, si diffondeva in fretta presso i braccianti di Molinella, dove a cavallo tra Ottocento e Novecento sorgevano cooperative di lavoratori e sindacati (leghe) capaci di ottenere contratti migliori rispetto ad altre località agricole; una delle attività più importanti rivolte agli associati erano i corsi di alfabetizzazione. Nel 1902 la giunta comunale socialista adottava provvedimenti d’avanguardia di carattere sociale, dall'asilo alla scuola alla sanità, gratis e per tutti.
Dopo la Grande Guerra il “laboratorio Molinella” attirava anche l’attenzione dei fascisti ma i loro crimini ottenevano solo la fuga, per salvarsi la vita, del sindaco Giuseppe Massarenti che trent’anni prima, quando si stava laureando farmacista, aveva sposato la causa sociale, oltre a quella sanitaria, delle famiglie rurali che si affidavano alla sue cure.
La caparbia resilienza al fascismo, movimento paramilitare del quale Regazzi era diventato il capo in paese, e il proseguimento di una ricerca pacifica di progresso per tutti, nemmeno con l’avvento al potere di Mussolini si erano arrestate. L’onorevole Giacomo Matteotti aveva analizzato quella sorta di esperimento economico e sociale in corso a Molinella, e pubblicato un lungo capitolo in proposito nel suo ultimo libro, pubblicato poco prima di venire ucciso nel giugno 1924.
Dall’anno seguente il regime fascista stringeva definitivamente le maglie dello Stato totalitario attraverso l’abolizione delle residue libertà costituzionali e dei partiti d’opposizione. Molinella, che rappresentava un'isola di coesione democratica e cooperativa, e di emancipazione economica e culturale unica ormai in Italia, doveva cadere!
Non era bastato al regime, per azzerare l’esperienza molinellese, espropriare le sedi degli enti creati negli anni dai cittadini, incamerare le loro cooperative e obbligare con la violenza dei miliziani di Regazzi il passaggio ai sindacati istituiti dal partito fascista. Per cancellarla, come avvenuto in quasi tutta Italia, si ricorreva tra il 1925 e il 1926 anche alla fame.
Poiché le famiglie dei braccianti rifiutavano l’iscrizione al sindacato fascista divenuta obbligatoria, per avere un lavoro qualsiasi, come disposto dalla legge Rocco del 3 aprile 1926, il caporione Regazzi iniziava a premere sui datori di lavoro. L’ordine diramato agli agrari era di stracciare tutti i contratti dei lavoratori che ancora non si erano iscritti.
In precedenza diversi datori l’avevano già fatto, e in mancanza d’altro le famiglie prive di mezzi si erano trovate anche senza cibo e costrette a raccogliere lumache o a spigolare. Si parla di centinaia di famiglie a digiuno forzato. Parallelamente più di un nucleo molinellese, sfrattato perché senza contratto o senza un podere da coltivare, aveva scelto di emigrare piuttosto che morire di fame.
La suddetta legge Rocco, che cancellava anche le residue libertà di lavoro sopravvissute all’avvio del regime, consentiva però di formare una “associazione di fatto” che 469 donne e 539 uomini di Molinella scelsero come alternativa all’iscrizione obbligatoria al fascio. A fine maggio 1926 un funzionario pubblico, il commissario di polizia del paese, dove negli ultimi anni si viveva praticamente in stato d’assedio, minacciava così quei poco più di mille iscritti all’associazione: “Non possiamo uccidervi ma vi faremo morire di fame!”.
Infatti il mese seguente il presidente del sindacato di regime decretava che non solo chiunque non fosse iscritto al suo ente restasse disoccupato, ma che nemmeno potesse spigolare grano o altro. La spigolatura era, ed è ancora, una consuetudine antica che permette a tutti di setacciare i coltivi dopo i raccolti e prendersi quanto rimasto sul terreno.
Sempre nel giugno 1926 il prefetto di Bologna decideva di sciogliere la predetta libera associazione delle oltre mille donne e uomini di Molinella, e pochi giorni più tardi c’erano i primi arresti di contadine senza tessera che spigolavano. Le donne in passato avevano sempre rivendicato diritti alla pari degli uomini, parimenti sofferto arresti e ricevuto violenza da Regazzi e dai suoi; su di esse sono documentati persino getti di vetriolo (una bracciante era rimasta accecata in quegli anni) e vari imbrattamenti col nerofumo.
Le deportazioni come quella dell’ipotetica famiglia Piazzi iniziano alla fine dell’estate di cent’anni fa, nonostante un gruppo di intrepide si rechi ancora una volta a protestare dall’assessore capo (Molinella non ha più un sindaco elettivo da anni ma un funzionario nominato dal governo). La risposta è in linea con la minaccia di morte per fame: “Non sarete messe in mezzo a una strada, sarete portate via. Non potete più rimanere a Molinella se non entrate nei sindacati fascisti”.
Militari e forze dell’ordine, diretti dal vice questore di Bologna, hanno il compito di sgomberare gli ex liberi associati. Ma il lavoro, soprattutto quello di scovare e trascinare via le persone, viene svolto in gran parte dagli energumeni di chi ha lavorato più di tutti per estirpare fisicamente ogni opposizione: quel fanatico fascista di Augusto Regazzi.
Parte dei residenti deportati nella grande città, Bologna, passeranno alcune settimane accampati in caserma, altri finiranno a Marzabotto nei locali di una ex cartiera, poi alla spicciolata tutti raggiungeranno gli uomini mandati via dal paese. Le loro abitazioni, incluse le scorte di legna o altro e gli animali da reddito, verranno assegnate a famiglie di lavoratori iscritti al fascio e provenienti dal vicino Ferrarese, dove la disoccupazione dilaga.
L'espulsione da Molinella che avviene nell’ottobre di cent’anni orsono precederà di poco la promulgazione delle “leggi fascistissime” e l'istituzione del “Tribunale speciale per la difesa dello Stato” sorti per blindare l’assetto tirannico del regno italiano. Nel riottoso paese della pianura bolognese seguiranno ondate di arrestati in casa propria, perquisizioni arbitrarie, il deferimento di tre residenti al Tribunale speciale e l'invio al confino per i principali oppositori e sindacalisti locali.
All’epoca la lunga vicenda del riscatto dei lavoratori molinellesi, e in particolare del periodo finito con la deportazione, viene appena accennata, ma con distacco misto a disprezzo, dai quotidiani vicini al regime. Quei pochi fogli d’opposizione superstiti, già oggetto di rigide delimitazioni fin dal 1924, ne riferiscono come possono però nel novembre 1926 il colpo finale inferto alla libertà di stampa silenzierà anche la storia di Molinella democratica.
All’estero invece si parlerà eccome della progressiva cancellazione dei diritti in quello speciale paese della pianura bolognese; anche il “Times” seguirà la vicenda. Per la stampa e gli studiosi esteri, alcune delle fonti di notizie di prima mano su questa fase finale della vicenda di Molinella saranno gli esuli italiani in contatto con l’opposizione clandestina attiva nella cittadina.
A diffondere sui giornali stranieri le informazioni, sempre peggiori, in arrivo da Molinella figurerà pure il professore Gaetano Salvemini; l’ex deputato, socialista moderato e stimato storico del periodo contemporaneo, espatriato nel 1925, qualche anno dopo sarà tra i fondatori del partito in esilio “Giustizia e Libertà”.
Nonostante la sconfitta, i morti, i feriti, le innumerevoli vittime di prepotenza, la deportazione perenne, la fame nera e l’abuso complessivamente inferto negli anni fino all'ottobre del 1926 ai molinellesi, molti di costoro rimarranno un esempio della dignità di un vasto gruppo di cittadini che un secolo fa sceglievano la miseria, il digiuno e l'esilio pur di non rinunciare ai propri diritti.
(per le notizie sulla deportazione ringrazio in particolare gli articolisti Valentino Calori e Giorgio Golinelli e le schede su Molinella nel compendio online “Storia e memoria di Bologna” alla sezione Archivio)
 
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