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Hebron a doppia mandata
di Edoardo Morello
Stamattina, al checkpoint dell’incrocio di Yehuda, vicino a Hebron, due palestinesi hanno aperto il fuoco sui soldati israeliani. Ci sono cinque feriti, due gravi. I due assalitori sono stati uccisi dopo una breve caccia all’uomo.
Poche ore dopo è arrivata la risposta: Hebron sigillata, perquisizioni casa per casa, ondate di arresti. E l’ordine di prepararsi alla chiusura totale della Cisgiordania.
Totale vuol dire per tutti: per chi va al lavoro, per chi deve raggiungere un ospedale, per gli studenti, per i contadini nella stagione delle olive. Un intero popolo paga per il gesto di due persone. Il diritto internazionale ha un nome per questo: punizione collettiva. È vietata.
Hebron non ha bisogno di un nuovo lucchetto. Vive già dentro una gabbia di posti di blocco, strade interdette, coloni armati nel cuore della città vecchia. Il checkpoint di stamattina era “uno dei tanti”, lo scrivono anche le agenzie.
Intanto Ben Gvir chiede di smantellare l’Autorità palestinese e di limitare ancora la libertà di movimento. Lo diceva già prima dell’attacco: ora ha un pretesto.
Martedì Israele vota, e la Cisgiordania torna a essere quello che è sempre stata per questo governo: un palco elettorale.
La violenza non nasce nel vuoto. Nasce in decenni di occupazione, espropri e umiliazioni quotidiane ai checkpoint. Chiudere un popolo intero non porta sicurezza. Prepara soltanto la prossima esplosione.
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