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Elezioni in Israele in un clima di paura
di Edoardo Morello
Elezioni in Israele, 27 ottobre: il paese si presenta alle urne dopo una campagna in cui gli attivisti dell’opposizione vengono aggrediti per strada.
Nel centro di Israele, a pochi giorni dal voto, alcuni militanti dei Democratici di Yair Golan sono stati aggrediti mentre facevano campagna. Uno degli aggressori ha gridato loro: «Che tutta la vostra famiglia bruci».
La frase non è nuova. È la stessa che si sente da anni nei villaggi palestinesi della Cisgiordania e nei vicoli della Città Vecchia durante la marcia delle bandiere. Adesso la usano anche contro altri israeliani.
Un sistema che si definisce l’unica democrazia del Medio Oriente misura la propria salute da come tratta chi lo contesta.
Per anni il fuoco promesso ai palestinesi è stato tollerato, spesso coperto, a volte premiato con un ministero. Ora tocca agli ebrei israeliani che chiedono uno Stato di diritto.
L’odio coltivato ai margini è entrato nel centro del paese, e quelle urne del 27 ottobre si aprono in un clima di paura.
Le democrazie non crollano in un giorno: si svuotano dall’interno, si chiudono su sé stesse, finché ciò che resta è soltanto la procedura del voto. Israele sa di essere arrivata a questo punto.
Lo si capisce da chi aggredisce, e da chi lascia fare.
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