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21 ottobre 2026
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Amnesty: Londra ha aiutato a reprimere giovani palestinesi
di Tamara Gallera

Martedì, Amnesty International UK ha pubblicato un rapporto in cui accusa diverse università britanniche di aver adottato misure repressive nei confronti di studenti e personale che hanno espresso sostegno ai palestinesi. Il documento, intitolato *Silencing Dissent* ("Silenziare il dissenso"), esamina come gli atenei abbiano reagito all'attivismo nei campus nel periodo compreso tra il 7 ottobre 2023 e il 30 settembre 2025.

Secondo l'organizzazione, in alcuni dei principali atenei, diverse persone sono state sospese, allontanate dai campus o avvertite che i loro visti avrebbero potuto essere a rischio. Tali provvedimenti sono scaturiti, in alcuni casi, da episodi di lieve entità, come intonare slogan, applaudire o indossare una kefiah.

Amnesty sostiene che tali misure avessero lo scopo di limitare le manifestazioni di solidarietà verso i palestinesi, incluse le prese di posizione che potevano essere interpretate come critiche nei confronti di "Israele".

Analizzando i casi presi in esame, Amnesty ha concluso che, in molte occasioni, le università non hanno rispettato i rigorosi standard giuridici – previsti sia dal diritto internazionale che da quello britannico – che regolano le restrizioni alla libertà di espressione politica e al diritto di riunione pacifica.

L'organizzazione ha inoltre rilevato che gli studenti musulmani e coloro che esibivano simboli palestinesi sono stati i più colpiti da tali misure.

In alcuni casi, gli studenti sono stati sanzionati prima ancora che i procedimenti disciplinari giungessero a conclusione; ciò ha trasformato quelle che avrebbero dovuto essere misure cautelari temporanee in vere e proprie punizioni, scoraggiando al contempo altri membri della comunità accademica dall'esprimere le proprie opinioni.

Alcuni atenei hanno persino classificato manifestazioni pacifiche – tenutesi in luoghi come piazze universitarie, atri o edifici delle associazioni studentesche, dove le proteste sono sempre state una consuetudine – come violazioni di domicilio.

Un esempio è quello di Usama Ghanem, uno studente ventiduenne sospeso dal King's College di Londra nel 2025 a causa del suo attivismo. Il giovane racconta di aver ricevuto, durante il periodo di sospensione, l'intimazione a tornare in Egitto. Ha riferito di essere stato sospeso a tempo indeterminato, sottoposto a monitoraggio e minacciato di espulsione per aver protestato contro il genocidio e per aver chiesto all'università di disinvestire. La sospensione è stata revocata nel settembre 2026, in seguito a una revisione del caso.

Kerry Moscogiuri, direttrice generale di Amnesty International UK, ha definito i risultati dell'indagine un attacco alla libertà di parola e al diritto di protesta, perpetrato da istituzioni che, per loro natura, dovrebbero promuovere il libero pensiero. Secondo Moscogiuri, studenti e accademici, mossi dal dolore per il genocidio a Gaza, vengono trattati come una minaccia; le università rispondono ricorrendo a ingiunzioni giudiziarie e sanzioni severe che finiscono per stravolgere la vita dei giovani.

Il rapporto documenta inoltre le pressioni esercitate su studenti e personale presso Cambridge, Oxford e la London School of Economics. Il documento accompagna "Defend Dissent", una campagna promossa dagli studenti che sollecita le università di tutto il Regno Unito ad adottare la propria carta d'intenti.

Email trapelate rivelano che le università britanniche si sono coordinate per stroncare le proteste nei campus Lo stesso rapporto ha rivelato che gli atenei nel Regno Unito hanno coordinato i propri sforzi per bloccare l'attivismo a favore della Palestina all'interno dei campus. È emerso che le istituzioni hanno agito in modo concertato per impedire le manifestazioni studentesche contro i legami dei rispettivi atenei con il genocidio israeliano a Gaza.

Le conclusioni si basano su documenti ottenuti tramite richieste di accesso agli atti (Freedom of Information - FOI). Secondo Amnesty, tale documentazione dimostra che le università non hanno gestito autonomamente le proteste di solidarietà con la Palestina, bensì hanno operato all'interno di una rete che ha favorito risposte estremamente dure.

Tra il materiale emerso figurano messaggi in cui i funzionari universitari discutevano di possibili misure punitive, tra cui la richiesta di ingiunzioni giudiziarie per interrompere le manifestazioni e la segnalazione degli studenti che vi prendevano parte a "Prevent", il programma del governo britannico contro l'estremismo.

Email provenienti dall'Università di Northampton, anch'esse rese pubbliche tramite richieste FOI, mostrano membri del personale di alto livello confrontarsi su come contenere le proteste. In uno scambio, un amministratore ha chiesto ai colleghi di altri atenei se le loro istituzioni stessero adottando misure per "isolare" gli studenti che manifestavano.

Il rapporto indica inoltre "Universities UK" (UUK) – l'organismo che rappresenta 142 atenei – come un attore chiave nel favorire tale cooperazione. L'organizzazione teneva riunioni settimanali con i rettori (vice-chancellors) degli atenei in cui erano stati allestiti accampamenti a sostegno della Palestina; tali incontri fungevano da spazio di confronto per condividere metodi e allineare le strategie.

Secondo quanto riportato, tale coordinamento ha raggiunto i massimi livelli del governo. Documenti dell'Università del Kent suggeriscono che UUK abbia mantenuto stretti contatti con i dipartimenti governativi e con ministri di alto rango, organizzando incontri tra i rettori e Downing Street, e trasmettendo ai propri membri le aspettative del governo.

Con l'intensificarsi delle proteste, UUK ha collaborato con il Dipartimento per l'Istruzione (Department for Education) e l'Office for Students, fornendo consulenza agli atenei su come gestire i rischi per la propria reputazione, affrontare le manifestazioni e intraprendere azioni legali, come il ricorso a ingiunzioni in sede civile.

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