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20 ottobre 2026
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Il prezzo di una vetrina e il valore di una vita
di Michele Beretta

«Criminali!», gridano i politici che governano, indicando i manifestanti. E certamente, quando una protesta degenera in atti di teppismo, si rompono le vetrine, si incendiano i cassonetti e si feriscono gli uomini delle forze dell’ordine, quei gesti vanno condannati. La violenza non diventa giusta soltanto perché nasce dalla rabbia.

Ma c’è una domanda che questa società dovrebbe avere il coraggio di porsi. Quanto vale una vetrina rotta rispetto alla vita di un bambino?

Perché ci indigniamo davanti a una strada devastata, ma troppo spesso ci abituiamo alle immagini delle città rase al suolo, delle scuole bombardate, dei corpi estratti dalle macerie?

Come possiamo accettare che le conseguenze delle nostre guerre vengano chiamate effetti collaterali? Come possiamo tollerare che migliaia e migliaia di bambini muoiano sotto le bombe, come è accaduto e continua ad accadere nella Striscia di Gaza, mentre i governi discutono di strategie, sicurezza e interessi nazionali?

Una vetrina infranta diventa una condanna senza appello. Un bambino ucciso diventa una statistica. Una città distrutta diventa una necessità militare. E una guerra, troppo spesso, trova sempre qualcuno pronto a spiegarci perché fosse inevitabile.

Ecco la miseria morale del nostro tempo: non l’indignazione per la violenza, che è legittima, ma la selettività con cui scegliamo quale violenza debba scandalizzarci e quale possiamo imparare a sopportare.

Non chiedo di assolvere chi devasta le strade. Chiedo di usare lo stesso metro morale per giudicare chi devasta le vite. Chiedo che il valore di una persona non dipenda dalla bandiera sotto la quale è nata, né che la morte di un innocente diventi accettabile quando a provocarla è un governo anziché un manifestante.

Perché una vetrina si può sostituire. Un cassonetto si può ricomprare. Una strada si può ricostruire. Un bambino morto non torna.

E se una società riesce a piangere per il vetro infranto di un negozio e a convivere con l’uccisione di bambini innocenti, il problema non è soltanto la violenza di chi protesta.

È anche la coscienza di chi governa. E, soprattutto, quella di chi ha smesso di indignarsi.

La civiltà di un popolo non si misura da quante vetrine riesce a proteggere, ma da quante vite umane è disposto a difendere.

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