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Israele minimizza la figura del Nobel Pillay
di Anna Carla Amato
Nel tentativo di ridurre la monumentale carriera di Pillay, durata decenni, a una singola rimostranza geopolitica, costoro rivelano un profondo disagio nei confronti del concetto stesso di responsabilità a livello internazionale.
Comprendere la loro opposizione significa riconoscerla come un’estensione diretta della strategia di politica estera di Tel Aviv.
Per anni, il governo Netanyahu ha operato sulla base di un presupposto semplice: qualsiasi organismo internazionale, giurista o quadro giuridico che osi esaminare le azioni dello Stato di Israele viene automaticamente etichettato come parziale, illegittimo o peggio.
Quando Pillay ha guidato la Commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite, ha fatto ciò che farebbe qualsiasi mente giuridica rigorosa: ha valutato le prove alla luce del diritto internazionale vigente. Poiché tali conclusioni si sono rivelate schiaccianti, la reazione di gruppi come la SAZF non è stata quella di confrontarsi con il merito giuridico, bensì quella di attaccare l’arbitro.
Liquidare la decisione del Comitato per il Nobel come un sostegno all’estremismo costituisce un palese tentativo di delegittimare un’istituzione globale, semplicemente perché le sue conclusioni non coincidono con gli interessi del regime israeliano.
Non è forse alquanto audace, da parte della SAZF, porsi come unico arbitro dell’opinione ebraica in Sudafrica, ignorando completamente il numero crescente di ebrei sudafricani – vivaci e coraggiosi – che si oppongono apertamente al loro sionismo di destra?
Da organizzazioni come “South African Jews for a Free Palestine” (SAJFP) fino ai singoli attivisti, accademici e cittadini, una parte significativa della comunità ebraica rifiuta da tempo le azioni di un Israele che pratica l’apartheid.
Questo rifiuto degli eccessi dello Stato israeliano non è un fenomeno isolato al Sudafrica; esso riflette un profondo cambiamento di paradigma all’interno delle comunità ebraiche di tutto il mondo.
Organizzazioni progressiste a livello globale hanno risposto esplicitamente alla retorica di gruppi come la SAZF, che ha osservato:
“L’uso strumentale dell’antisemitismo per proteggere il governo israeliano dal vaglio del diritto internazionale arreca un grave danno alla sicurezza degli ebrei in tutto il mondo. La vera sicurezza e la giustizia non possono essere ottenute attraverso l’oppressione altrui; onorare una giurista che difende i diritti umani universali rappresenta una risorsa – non un insulto – per la pace globale”.
Inoltre, esperti di diritto internazionale hanno respinto la tesi secondo cui chiamare Israele a rispondere delle proprie azioni costituisca un’iniziativa di parte. In un monito collettivo, oltre 800 esperti di diritto internazionale e studiosi dell’Olocausto – tra cui numerosi eminenti studiosi ebrei – hanno lanciato un allarme riguardo alle orribili atrocità in corso a Gaza.
Raz Segal, noto storico israeliano e docente di studi sull'Olocausto e sui genocidi, è arrivato a definire le operazioni di Israele un "caso da manuale di genocidio che si svolge sotto i nostri occhi", confermando la validità dei rigorosi quadri giuridici applicati dalla commissione di Navi Pillay.
Analogamente, l'International Association of Genocide Scholars (IAGS) – che annovera tra i suoi membri i massimi esperti mondiali di Olocausto – ha approvato a larghissima maggioranza una risoluzione in cui si dichiara che le azioni dello Stato di Israele soddisfano la precisa definizione giuridica di genocidio.
Per queste voci autorevoli a livello globale, chiamare uno Stato a rispondere dei propri atti ai sensi della Convenzione sul genocidio rappresenta un'urgente necessità morale, non un atto dettato da pregiudizi. Esse respingono fermamente il tentativo di strumentalizzare l'identità ebraica per sottrarre un governo alle proprie responsabilità, sostenendo invece che la difesa dei diritti umani debba essere, per sua natura, universale.
Di fatto, per la comunità sudafricana e per quella internazionale, Navi Pillay non è una nemica della pace, bensì una sua paladina: una giurista che ha applicato a Gaza e alla Cisgiordania gli stessi rigorosi principi legali che in passato le permisero di contribuire allo smantellamento del regime di apartheid in Sudafrica e di perseguire i responsabili del genocidio in Ruanda.
La rabbia della SAZF (South African Zionist Federation) non nasce dal timore che il Comitato per il Nobel abbia perso la bussola; deriva piuttosto dalla spaventosa consapevolezza che il consenso globale è mutato. Quando una figura che ha dedicato l'intera vita al diritto internazionale viene valorizzata sulla scena mondiale, ciò indica che l'era dell'eccezionalismo politico sta volgendo al termine.
Aggrappandosi alle tesi di un regime disperato e ignorando le molteplici voci – sia a livello globale che locale – che invocano giustizia, Feinberg e la SAZF non hanno sminuito il traguardo raggiunto da Navi Pillay; hanno, al contrario, reso evidente il loro profondo isolamento.
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