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15 ottobre 2026
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Quale pudore?
di Edoardo Morello

Il 16 ottobre ha un’ora precisa: le cinque e mezza del mattino. A quell’ora del 1943 i camion tedeschi chiusero le strade del Portico d’Ottavia. Bussavano alle porte con un foglietto in mano: venti minuti per prendere viveri, soldi, coperte.

Portarono via più di mille persone. Due giorni dopo partirono dalla Tiburtina, chiuse nei vagoni piombati, per Auschwitz. Ne tornarono sedici. Una sola donna, Settimia Spizzichino, che passò il resto della vita a raccontarlo nelle scuole perché qualcuno doveva farlo.

Quella mattina gli elenchi li avevano compilati i fascisti. Chi poi li combatté, sulle montagne e nelle città, fondò l’ANPI. Oggi il presidente della Comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun, chiede all’ANPI di non presentarsi alla commemorazione. Le chiede “pudore”.

Gli eredi della Resistenza vengono messi alla porta della memoria della deportazione. In questa città si è visto di tutto, ma questo mancava. Il motivo dichiarato è il 25 aprile, e conviene raccontarlo per com’è andato.

A Milano lo spezzone della cosiddetta Brigata Ebraica non si è presentato con la memoria di un reparto. Si è presentato con le bandiere dello Stato di Israele e con le immagini di Netanyahu, cioè del capo di un governo in guerra.

Secondo l’ANPI c’era un impegno a non portarle, “per motivi ovvi”. Le hanno portate lo stesso. Chi entra in un corteo antifascista con la faccia di Netanyahu non sta ricordando il Senio. Sta facendo propaganda per un governo, e sa benissimo che verrà fischiato. Anzi, ci conta.

Poi c’è la storia, quella vera. La Brigata Ebraica non fu una formazione partigiana. Fu un reparto regolare dell’esercito britannico, al fronte per poche settimane nella primavera del ‘45, con una trentina di caduti. Merita rispetto, come ogni soldato morto contro il nazismo. Ma non è la Resistenza italiana, e farne il simbolo della Liberazione per poi usarla come scudo per la bandiera di uno Stato è un’operazione politica. La memoria c’entra poco.

Ed è la stessa operazione che arriva oggi a Roma, solo spostata di data. Si prende il giorno più sacro degli ebrei romani e lo si usa per regolare i conti del 25 aprile. Si stabilisce che chi non ha applaudito le bandiere di Israele non ha diritto di piangere i deportati del Ghetto. È un esame di fedeltà, e la materia non è l’antifascismo. È la politica estera di un governo straniero.

Il paradosso è tutto qui. Da anni ci spiegano, giustamente, che gli ebrei non vanno confusi con Israele e che chiedere conto a un ebreo romano di quello che fa Netanyahu è antisemitismo. Poi è proprio la dirigenza della Comunità a fare quella sovrapposizione. Mette la bandiera di Israele al centro del 16 ottobre e caccia chi non la sventola. Così regala agli antisemiti veri l’argomento che cercavano da sempre.

Tra i partigiani c’erano anche ebrei italiani: Primo Levi in Val d’Aosta, Emanuele Artom in Piemonte, morto sotto le torture dei fascisti. Erano iscritti a quella storia che oggi viene accompagnata alla porta. Nessuno di loro chiese mai a un compagno di brigata quale bandiera portasse oltre il fazzoletto.

Venerdì, davanti ai portoni del Ghetto, ci saranno le pietre d’inciampo con i nomi. Hanno una data di nascita, una di arresto e una, spesso approssimativa, di morte. Non hanno bandiere. È l’unica lezione che quel giorno ha da dare, e qualcuno ha deciso di non ascoltarla.

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