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USA rivedono loro presenza in Medio Oriente dopo guerra all'Iran
di Leandro Leggeri
La guerra contro l'Iran ha messo in discussione uno dei pilastri della strategia militare statunitense in Vicino Oriente: il sistema delle grandi basi permanenti nel Golfo Persico. Secondo un'analisi pubblicata il 14 ottobre su Foreign Policy da Kelly A. Grieco e Maximilian K. Bremer, entrambi ricercatori dello Stimson Center, il conflitto ha dimostrato come queste installazioni, per decenni considerate indispensabili alla proiezione della potenza americana, siano diventate obiettivi vulnerabili agli attacchi missilistici e ai droni iraniani.
Le operazioni condotte da Teheran hanno costretto il Pentagono a evacuare diverse infrastrutture e a trasferire personale e mezzi lontano dalle installazioni più esposte. Emblematico il caso della base di Al Udeid, in Qatar, la più grande struttura militare statunitense nella regione. Prima dell'attacco iraniano, gli Stati Uniti avevano già trasferito la direzione delle operazioni aeree alla Shaw Air Force Base, nella Carolina del Sud, lasciando vuoto il centro di comando successivamente colpito.
Nonostante queste difficoltà, nei primi 38 giorni dell'operazione Epic Fury le forze americane hanno effettuato, secondo i dati riportati dagli autori, oltre 10.200 sortite e condotto più di 13.500 attacchi. Un risultato che dimostrerebbe come la capacità offensiva statunitense possa essere mantenuta anche senza dipendere dalle grandi basi avanzate tradizionali.
La vulnerabilità delle installazioni permanenti è emersa anche dall'attacco del 27 marzo contro la Prince Sultan Air Base, in Arabia Saudita, durante il quale sarebbe stato distrutto un E-3 Sentry, velivolo radar di elevato valore strategico. Secondo Grieco e Bremer, la conoscenza delle infrastrutture americane ha permesso all'Iran di individuare e colpire obiettivi particolarmente sensibili, dai centri di comando ai depositi di carburante.
Particolarmente significativo è il problema dei costi della difesa antimissile. Nelle prime sei settimane di guerra, gli Stati Uniti avrebbero impiegato oltre mille intercettori, consumando più del 40% delle scorte prebelliche di Patriot e circa la metà di quelle di THAAD. Si tratta di un'asimmetria economica considerevole: per proteggere installazioni fisse, Washington deve utilizzare sistemi estremamente costosi contro missili e droni iraniani il cui impiego può risultare molto meno oneroso.
Gli autori respingono anche l'ipotesi di trasferire le principali basi americane verso Israele e Giordania. Entrambi i paesi rimangono infatti nel raggio d'azione degli armamenti iraniani, mentre una maggiore concentrazione di forze statunitensi in Israele rischierebbe di coinvolgere ulteriormente Washington nelle iniziative militari israeliane, anche quando queste non coincidono con gli interessi americani.
Un ulteriore problema riguarda l'autonomia politica dei paesi ospitanti. Nel maggio scorso, Arabia Saudita e Kuwait avrebbero temporaneamente limitato l'utilizzo delle proprie infrastrutture da parte delle forze statunitensi durante le operazioni nello Stretto di Hormuz. A luglio, anche Israele avrebbe imposto restrizioni al numero di aerei cisterna americani autorizzati a operare dall'aeroporto Ben Gurion. Episodi che mostrano come la presenza di basi permanenti non garantisca automaticamente la libertà di utilizzarle.
La soluzione proposta dai due analisti consiste nell'abbandonare progressivamente il modello delle grandi installazioni fisse, sostituendolo con una rete distribuita di aeroporti militari e civili, depositi logistici e infrastrutture utilizzabili temporaneamente. La maggior parte delle forze rimarrebbe negli Stati Uniti, pronta a essere trasferita rapidamente nella regione in caso di necessità, mentre mezzi, carburante e munizioni potrebbero essere preventivamente dislocati in località selezionate.
Questa impostazione si richiama al concetto di offshore balancing, una strategia che mira a preservare gli equilibri regionali attraverso la capacità di intervenire dall'esterno, evitando una presenza militare terrestre massiccia e permanente.
Secondo Grieco e Bremer, il modello sarebbe particolarmente adatto al confronto con l'Iran, la cui strategia non punta principalmente alla conquista territoriale, ma all'impiego di missili, droni e pressioni sul traffico marittimo per ottenere concessioni politiche ed economiche.
L'analisi di Foreign Policy evidenzia dunque un cambiamento significativo: pur non essendo riuscito a impedire agli Stati Uniti di proseguire la propria campagna aerea, l'Iran avrebbe dimostrato di poter imporre costi elevati alla presenza militare americana nella regione, mettendo in discussione la sostenibilità delle infrastrutture sulle quali Washington ha costruito per decenni la propria superiorità strategica.
La questione, secondo gli autori, non è più soltanto come difendere le basi americane, ma se abbia ancora senso mantenerle nella loro configurazione attuale.
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