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Mariam Ghanem ha due anni e mezzo
di Emma Buonvino
MARIAM GHANEM HA DUE ANNI E MEZZO. DUE ANNI E MEZZO. LEGGETELO FINCHÉ NON VI ENTRA IN QUELLA COSCIENZA CHE STATE CERCANDO DI SOFFOCARE.
Mariam Ghanem è una bambina palestinese. È sopravvissuta a un attacco israeliano che ha avvolto la sua casa nelle fiamme, ustionando lei e uccidendo sua madre davanti ai suoi occhi.
Una creatura che dovrebbe conoscere le braccia che la proteggono, le fiabe prima di dormire, il calore di una carezza. Invece conosce il fuoco, il terrore, le urla, la morte. E conosce già l'orrore di un mondo che sembra aver deciso che la sua vita vale meno di altre.
Non venitemi a parlare di civiltà se il vostro sdegno ha un passaporto. Non venitemi a parlare di valori occidentali se quei valori diventano improvvisamente negoziabili davanti al corpo ustionato di una bambina araba.
La vita di un bambino israeliano vale quanto quella di un bambino palestinese. Non un grammo di più. Non un grammo di meno.
E chi non riesce ad affermarlo senza aggiungere un «ma» dovrebbe interrogarsi seriamente su ciò che è diventato.
E poi c'è la propaganda. Quella che trasforma un intero popolo in una massa di fanatici, che attribuisce ai palestinesi un odio assorbito con il latte materno, che evoca persino asili nido destinati a preparare futuri attentatori suicidi.
Che messaggio si vuole far passare? Che quei bambini siano già colpevoli prima ancora di imparare a leggere? Che la loro stessa esistenza costituisca una minaccia? Che ucciderli, mutilarli, lasciarli orfani o condannarli a una vita di traumi sia una forma di prevenzione?
NO. MILLE VOLTE NO.
Un bambino non è responsabile dei crimini di un'organizzazione armata. Non è responsabile delle decisioni dei suoi genitori. Non è responsabile della propria nascita, della propria nazionalità, della propria storia.
E nessuna retorica sulla sicurezza può cancellare questa verità elementare.
Il diritto internazionale umanitario non è un menù dal quale scegliere le regole che ci fanno comodo. I civili devono essere protetti. I bambini devono essere protetti.
La distinzione tra combattenti e civili non scompare perché un governo definisce il nemico con parole disumane. La responsabilità per eventuali crimini deve essere accertata, non attribuita collettivamente a un popolo.
E chi governa, chi giustifica, chi fornisce sostegno politico a operazioni militari che producono sofferenze indicibili sui civili, ha il dovere di rispondere delle proprie scelte.
Non di nascondersi dietro formule diplomatiche. Non di distribuire lezioni di moralità al resto del mondo. Non di chiedere silenzio a chi denuncia.
E a chi ci governa dico: la vostra prudenza diplomatica non vi assolve automaticamente. Il vostro silenzio non è neutralità. La vostra complicità politica, quando esiste, non diventa innocenza soltanto perché indossa un abito istituzionale.
La storia non giudicherà soltanto chi ha premuto il grilletto. Giudicherà anche chi ha potuto fermare, denunciare, condizionare, pretendere responsabilità e ha scelto di non farlo. O chi ha trovato sempre una giustificazione per ogni orrore, purché a commetterlo fosse l'alleato giusto.
E Mariam?
Mariam dovrà forse imparare a vivere con un dolore che nessun bambino dovrebbe conoscere. Dovrà fare i conti con immagini che nessuna mente così piccola dovrebbe essere costretta a custodire. E noi rischiamo persino di dimenticare il suo nome, inghiottito dal flusso quotidiano delle notizie.
Ecco perché bisogna pronunciarlo. Mariam Ghanem.
Non perché sia più importante degli altri bambini palestinesi. Ma perché ciascuno di loro è una persona irripetibile, non una cifra da aggiornare quando fa comodo.
Mariam non può restituirsi sua madre. Noi non possiamo cancellare ciò che ha vissuto. Ma possiamo rifiutarci di normalizzare il suo dolore. Possiamo pretendere protezione per i civili, accesso umanitario, responsabilità per le violazioni e la fine delle sofferenze inflitte alla popolazione palestinese.
Possiamo smettere di accettare che la parola «sicurezza» venga usata come una formula magica capace di rendere irrilevante qualsiasi vittima.
CESSATE NEL FUOCO. NON IL FUOCO.
Perché quel «nel» significa una cosa precisa: che il fuoco deve cessare, che le bombe devono tacere, che i bambini devono smettere di morire e che i sopravvissuti devono poter tornare a essere bambini.
Non chiedo che si ami un popolo più di un altro. Chiedo che nessun popolo venga privato della propria umanità.
Non chiedo vendetta. Chiedo giustizia.
Non chiedo odio contro Israele. Chiedo che il governo israeliano risponda delle proprie azioni secondo il diritto internazionale, come deve fare qualsiasi governo.
MARIAM GHANEM HA DUE ANNI E MEZZO.
Che almeno il nostro silenzio non diventi la seconda condanna della sua infanzia.
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