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La divisa come travestimento
di Edoardo Morello
Lunedì, Cisgiordania. Un’operazione dell’esercito israeliano in corso, e una famiglia palestinese chiusa in casa. Bussano in cinque, vestiti da soldati. Non sono soldati. Sono coloni. Entrano, e padre, madre e figlia finiscono feriti.
Lo raccontano i media palestinesi e un vicino che ha visto tutto. Una fonte militare israeliana conferma soltanto una cosa: l’IDF stava davvero operando nella zona. Il che rende il quadro ancora più inquietante, perché la porta si apre proprio perché fuori c’è l’esercito.
È questo il punto. Quando un soldato e un colono armato diventano indistinguibili, la violenza non ha più bisogno di nascondersi: le basta indossare la divisa giusta. E non è un caso.
Dal 7 ottobre il governo israeliano, con Ben Gvir in prima fila, ha moltiplicato i porti d’armi e distribuito fucili alle squadre civili negli insediamenti. Centinaia di migliaia di israeliani hanno chiesto un’arma, e moltissimi l’hanno ottenuta.
A questo si aggiunge che gran parte degli israeliani ebrei ha fatto il servizio militare e sa usare un fucile, muoversi in pattuglia, sembrare un soldato.
Il confine tra esercito e milizia, in Cisgiordania, si è fatto sottile come una mimetica. E chi sta dall’altra parte della porta non ha più modo di sapere chi sta entrando in casa sua.
Si chiama impunità. E si nutre di silenzio, anche del nostro.
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