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7 ottobre: il fuoco amico dell'IDF
di Edoardo Morello
𝑅𝑖𝑐𝑜𝑟𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑒 𝑣𝑖𝑡𝑡𝑖𝑚𝑒 𝑑𝑒𝑙 7 𝑜𝑡𝑡𝑜𝑏𝑟𝑒 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎 𝑐ℎ𝑖𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑙𝑙’𝑒𝑠𝑒𝑟𝑐𝑖𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑣𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒 𝑑𝑜𝑣𝑢𝑡𝑜 𝑝𝑟𝑜𝑡𝑒𝑔𝑔𝑒𝑟𝑙𝑒.
Il 7 luglio 2024 Haaretz ha pubblicato un’inchiesta basata su documenti militari e testimonianze: durante l’attacco di Hamas furono impartiti ordini riconducibili alla Direttiva Hannibal. Una procedura nata per impedire la cattura dei soldati, anche mettendo a rischio la loro vita. Quel giorno, secondo il quotidiano israeliano, fu impiegata in più postazioni, esponendo al fuoco israeliano anche persone sequestrate. Haaretz precisava di non poter stabilire quante fossero state colpite a causa di quegli ordini.
Una vittima ha un nome: Efrat Katz, rapita nel kibbutz Nir Oz. Il 5 aprile 2024 l’esercito israeliano ha riconosciuto che era stata probabilmente uccisa da un proprio elicottero, che aveva sparato sul veicolo dei sequestratori. La ricostruzione, riferita da Reuters, non dimostra da sola che l’attacco fosse un’applicazione della Direttiva Hannibal. Dimostra quanto sia necessario indagare anche sul fuoco di chi doveva soccorrerla.
Su altri episodi le ricostruzioni restano controverse. Per la casa di Pessi Cohen, a Be’eri, l’inchiesta interna dell’esercito ha escluso che i proiettili del carro armato avessero colpito gli ostaggi all’interno e ha attribuito probabilmente ai sequestratori la maggior parte delle morti. È la conclusione dell’esercito sul proprio operato: va riportata e sottoposta a verifica indipendente.
I crimini di Hamas restano tali. E resta il dovere di accertare le responsabilità israeliane: chi autorizzò il fuoco, quali informazioni aveva sugli ostaggi, quali rischi decise di accettare.
Impedire un sequestro mettendo in pericolo la vita del sequestrato significa subordinare quella persona a un obiettivo militare. È una scelta di cui qualcuno deve rispondere.
Le famiglie hanno diritto di sapere da chi sono stati uccisi i loro cari. Anche quando la risposta chiama in causa il proprio esercito.
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