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Coloni aggrediscono durante il raccolto
di Edoardo Morello
Un contadino palestinese ferito viene portato via sulla stessa scala che usava per raccogliere le olive.
È successo il 3 ottobre a Osarin, in Cisgiordania: secondo la Mezzaluna Rossa palestinese, un uomo di cinquant’anni è stato ricoverato dopo un pestaggio da parte di coloni. Nello stesso villaggio, alcuni filmati mostrano un gruppo di aggressori che distrugge un’auto. Non una battaglia, ma un’aggressione durante il raccolto. [timesofisrael]
Quel giorno, secondo la Mezzaluna Rossa citata dall’AFP, dodici palestinesi sono finiti in ospedale dopo cinque diversi attacchi di coloni.
Vicino a Beita, un giornalista dell’agenzia ha visto i soldati intervenire e allontanare agricoltori e attivisti dagli uliveti. Sei giornalisti, compreso quello dell’AFP, sono stati trattenuti e rilasciati dopo venti minuti senza accuse.
La polizia israeliana ha annunciato un’indagine sull’attacco di Osarin. L’esercito sostiene che gli aggressori fossero già fuggiti all’arrivo dei militari.
È una versione da riportare, ma non cancella quanto documentato negli altri luoghi né risponde alla domanda centrale: chi protegge i palestinesi mentre lavorano sulla propria terra?
Su Haaretz, nell’articolo del 6 ottobre «I coloni commettono i pogrom. L’opinione pubblica israeliana li rende possibili», Amira Hass sposta lo sguardo dagli aggressori al contesto che permette loro di agire. La sua tesi è una denuncia politica: salvo gli attivisti che si oppongono concretamente alla violenza, la società israeliana non può dichiararsi estranea a ciò che le sue istituzioni finanziano e proteggono.
L’indifferenza, scrive Hass, contribuisce a rendere questa violenza una routine.
I fatti documentati aiutano a capire il senso di questa denuncia. Già a febbraio, l’ONU registrava lo sfollamento di circa seicento abitanti della comunità beduina di Ras Ein al Auja, dopo ripetuti attacchi, minacce e restrizioni all’accesso ai pascoli e all’acqua.
B’Tselem, organizzazione israeliana per i diritti umani, descrive da anni la violenza dei coloni come uno strumento che, insieme alle misure dello Stato, spinge i palestinesi ad abbandonare le proprie terre.
La responsabilità penale resta individuale. Quella politica riguarda anche chi governa, arma, protegge e lascia impuniti gli aggressori.
Impedire un raccolto non significa soltanto sottrarre olive: significa togliere reddito e rendere più difficile restare. È qui che la cronaca degli attacchi incontra la domanda di Hass: quanto può dirsi estranea una società alla violenza che le sue istituzioni permettono?
Non abituiamoci a Gaza, questo è il vero pericolo non l'IA.
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