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05 ottobre 2026
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Lo zaino a Gaza
trad. di Antonella Salamone

Dr. Ezzideen Shehab:

Pensavo che ci fossero piccole cose che la guerra non fosse riuscita a togliere ai bambini, e una di queste era la gioia di ricevere un nuovo zaino. Tre settimane fa, ho pubblicato un post su una campagna per fornire materiale scolastico a una scuola di Jabalia con più di 1.200 alunni. Abbiamo raccolto abbastanza per circa 200 bambini, quindi abbiamo deciso di iniziare dagli orfani.

Da allora, aspettavo con ansia le foto. Nella mia mente, immaginavo un bambino che andava a scuola con i suoi quaderni in un sacchetto di plastica, e poi riceveva un nuovo zaino con il suo supereroe preferito, insieme a quaderni e matite nuovi. Aspettavo di vedere la loro felicità, felice di essere riuscito a regalare loro un piccolo, bellissimo momento in mezzo a tutta quella miseria.

Ma quando sono arrivate le foto, non ho provato quello che mi aspettavo. Continuavo a guardare i volti dei bambini. I bambini sono distrutti. Hanno lo spirito pesante.

Alcuni stringono i loro zaini e guardano la macchina fotografica senza sorridere. Alcuni sembrano molto più grandi della loro età. Persino le piccole cose che pensavo li avrebbero resi felici non sembrano più sortire l'effetto che immaginavo.

E’ stato allora che mi sono reso conto di qualcosa a cui avevamo cercato di non pensare: I bambini di Gaza sono cresciuti.

Non solo anagraficamente. Sono diventati più consapevoli di ciò che sta accadendo loro.

In una vita normale, un bambino non aspetta che uno sconosciuto gli regali uno zaino. Va al negozio con la mamma o il papà, si sforza di scegliere tra questo e quello, vuole quello rosso e non gli piace quello blu, e magari si arrabbia perché il padre si rifiuta di comprargli quello più costoso.

Questi piccoli dettagli fanno parte dell'infanzia. I nostri figli accettano tutto ciò che ricevono e ringraziano.

La guerra ha tolto loro persino il lusso di dire alla mamma o al papà: "Questo non mi piace. Voglio quello".

E ad alcuni dei bambini in queste foto, la guerra ha tolto molto di più. Ha portato via il padre stesso.

Il padre che avrebbe dovuto tenere per mano suo figlio e accompagnarlo a comprare lo zaino, ora è la ragione per cui quel bambino porta la parola "orfano". Così, quando ho riguardato le foto, non ho più visto 200 zaini e set di materiale scolastico.

Ho visto bambini che cominciavano a capire perché vivono in questo modo. Perché le loro famiglie non possono permettersi nemmeno le cose più semplici. Perché i loro zaini, i quaderni e a volte i vestiti provengono da persone che non conoscono. E perché ci sono cose che avrebbero dovuto provenire dai loro padri, ma i loro padri non ci sono più.

Si dice sempre che i bambini dimenticano in fretta, che è facile distogliere un bambino dalla paura e dalla guerra per un po' con un giocattolo, qualche caramella o un nuovo zaino.

Anch'io ci credevo. Forse volevo crederci. Ma le ferite dei bambini di Gaza sono diventate troppo profonde per essere nascoste dietro uno zaino con un supereroe.

Hanno continuato ad aspettare la fine di questa guerra finché non sono cresciuti nel mezzo di essa, e con essa è cresciuta la consapevolezza di tutto ciò che hanno perso.

Quando un bambino capisce che ciò che riceve dagli estranei non è un vero dono, ma solo una piccola parte della vita che avrebbe avuto tutto il diritto di ricevere dalla propria famiglia, nella propria casa, allora abbiamo perso qualcosa di molto più grande di case, scuole o denaro.

È già troppo tardi. I bambini hanno iniziato a capire cosa abbiamo fatto alla loro infanzia.

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