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La casa dei soli obbedienti
di Edoardo Morello
La promessa era una casa. Sotto il governo Netanyahu, anche un ebreo che difende i palestinesi può ritrovarsi sulla soglia.
Lawrence Shenkin è britannico, ebreo, religioso e sionista. Ha vissuto in Israele per cinque anni. Con l’organizzazione Bnei Avraham ha accompagnato comunità palestinesi minacciate dalle violenze dei coloni. A luglio aveva ricevuto l’approvazione dell’Agenzia ebraica per immigrare. Tre settimane dopo, la comunicazione opposta: approvazione temporaneamente revocata, pratica sotto esame.
Il Jerusalem Post lo ha intervistato il 29 settembre e riferisce un caso analogo per un’ebrea americana. L’autorità per l’immigrazione nega un congelamento e parla di valutazioni individuali. Il legame con l’attivismo resta contestato. L’approvazione ritirata, però, è documentata nel messaggio riportato dal giornale.
La Legge del Ritorno, approvata il 5 luglio 1950, riconosce agli ebrei il diritto di immigrare in Israele, con le eccezioni previste dalla legge. Non richiede una professione di fedeltà al governo.
Ed è qui che la critica a Netanyahu diventa concreta. La casa promessa perde credibilità quando chi protegge i palestinesi si ritrova fuori dalla porta. Shenkin si considera sionista: per lui difendere quelle comunità è un dovere religioso. Proprio questa convinzione lo rende scomodo.
Il dissenso non cancella l’appartenenza ebraica. Opporsi alla violenza dei coloni non dovrebbe costare il posto nella casa che ti era stata promessa.
Una porta chiusa può dire molto di un governo. Soprattutto quando, sopra quella porta, continua a esserci scritto: benvenuto a casa.
𝘍𝘰𝘯𝘵𝘪: Jerusalem Post, 29 settembre 2026; testo della Legge del Ritorno.
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