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30 settembre 2026
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Naza: i commenti degli spettatori
di Antonio Matteini

L'ho visto lunedì sera all'Antella, sala pienissima, com'era auspicabile e prevedibile.

Ho lasciato sedimentare i pensieri in questi due giorni. Credo che il sottotitolo perfetto sarebbe "la banalità del male".

Quello che disorienta di più è l'apatia, la serenità con cui i soldati intervistati parlano del proprio "lavoro".

Non sono quattro infervorati pazzoidi, non sono scimmioni che si battono il petto con una mano mentre nell'altra stringono lo scalpo di un nemico vinto. Sono quattro ragazzi normalissimi, perfettamente integrati nella propria società, che fanno il proprio lavoro.

Così si vedono, così li vede chi hanno intorno.

Dalla parte dilà di quel muro c'è l'inferno in terra a causa loro, ma qua' di quel muro ci sono loro che origliano, spiano, ascoltano, leggono grafici e premono pulsanti e con un click decidono se una palazzina resta in piedi o viene rasa al suolo, se chi ci abita, vive o no...

Alla loro ora bedgiano l'uscita e se ne vanno avendo finito il proprio turno, poi escono a bere con gli amici, tornano a casa, dormono e la mattina dopo ricominciano.

Come un qualsiasi operaio, insegnante, meccanico...

L'essere umano ha colonizzato tutto il globo anche i climi più inospitali grazie ad una peculiare capacità di adattamento. Loro si sono adattati a vivere questo clima che non è estremo per le temperature, ma per la follia che lo permea.

Quello è il loro mondo, non cercano più di tanto di deresponsabilizzarsi., non si sentono criminali chiamati a confessare.

Quella è la loro quotidianità, la loro realtà. La vivono e re la descrivono, come un eschimese descriverebbe l'inverno artico, come un boscimane descriverebbe la vita nella savana.

Magari si rendono conto che all'orecchio di chi è abituato a vivere altrove, tutto ciò suoni disdicevole; ma sembrano patirlo più di tanto questo. Il merito di questo film credo che sia - al dilà dello spiegare alcuni macabri aspetti del progetto di cancellazione etnica - soprattutto quello di farci entrare dentro le menti di chi porta avanti questo orrore.

Offre la risposta alla domanda che ci si fa tutti da anni "come ci riescono? Come fanno a tornare a casa tranquilli la sera dopo aver fatto quello che hanno fatto?".

Semplicemente si sono adattati e più si ascoltano parlare, più si viene risucchiati nella distopica realtà che tratteggiano, finché - l'ultima scena - quella di un padre che chiama il proprio figlio sotto le macerie, non riceve risposta e gli crolla il mondo addosso; non spacca la campana di vetro sotto cui ci si trova infilati, dopo aver sentito per ore parlare gli artefici di quella tragedia.

Quel finale serve come l'acqua nel deserto, è una fortissima sberla che ci risveglia da quel distopico sogno in cui si finisce ascoltando quei ragazzi che ci parlano del loro lavoro con quella serenità.

Si percepisce solo un velo di imbarazzo nello scendere nei dettagli più macabri, nulla di più. Non un filo di compassione, empatia, umanità.

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