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Liliana Segre e la inessenziale modifica al DDL
di Paolo Mossetti
Proverò a spiegare qui perché anche la «inessenziale modifica» proposta da Liliana Segre al ddl Antisemitismo non elimina, anzi rafforza, il rischio per la democrazia.
Per ottenere un sì al ddl Gasparri-Delrio e dividere ulteriormente l'opposizione, alcuni esponenti centristi PD o ex PD sono arrivati a usare - in piena coerenza col loro modus operandi - anche l’appello di Liliana Segre.
La senatrice a vita, dopo aver detto che la definizione IHRA non presenta alcuna criticità illiberale, poi ha chiesto un sì unanime, da raggiungere con una «inessenziale modifica».
Alcuni esponenti della sinistra - persino alcuni del Manifesto mi pare di capire - hanno aperto alla possibilità. Vuoi per buona fede, per non spaccare l'opposizione, vuoi perché quando parla Segre si ascolta sempre e si ragiona, e nessuno vuole passare per testa calda. Pare che non se ne farà nulla comunque, perché la maggioranza e l'Ucei hanno detto no.
Ma, al netto del fatto che l'intero ddl punisce le opinioni - anche quella piccola modifica proposta è una trappola e va respinta. Se leggiamo con attenzione, essa consisterebbe nel ribadire nel testo della legge che «le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite». Questo è un punto su cui insistono molto i difensori terzopolisti del ddl, come se fosse una quisquilia: è invece un passaggio che illustra l'inquietante prepotenza della definizione.
Pensateci un attimo: qual è il benchmark per capire come viene criticato «qualsiasi altro Paese»? C'è un catalogo da consultare? Soprattutto, è normale che la critica a uno specifico Paese debba essere recintata dalla legge? E che succederebbe se questo recinto fosse superato da critiche magari anche esagerate, irragionevoli, radicali, risparmiate a «qualsiasi altro Paese»? La legge deve punire opinioni ossessive e faziose su un alleato geopolitico?
Quella modifica sarebbe nient'altro che un rimasticamento di quello che già dice adesso la definizione IHRA - che cioè si possono criticare eccome Israele e il governo israeliano, ma insomma, nei limiti, senza esagerare (vedi seconda immagine). Per questo, non a caso, le parole di Segre vengono usate come un ipse dixit moralmente manipolatorio dai nemici del PD.
Pensateci ancora: che succederebbe se - chessò - un professore o un giornalista su Facebook o in classe definisse Israele usando paragoni col nazismo, o termini come "apartheid" o "genocida", o dicendo che la sua fondazione è stata una "cattiva idea"?
Un conto è vedere queste espressioni legittimamente contestate, in piena autonomia, da redazioni, partiti o datori di lavoro. Un conto è vederle assimilate all'antisemitismo e delegittimate dal Parlamento italiano.
Un'ultima nota: la posizione di Segre, per quanto lacunosa sugli aspetti autoritari e sfacciatamente pro-Israele della definizione IHRA, si colloca in un campo più progressista e dialogante rispetto alla maggioranza delle leadership ebraiche italiane - che infatti vogliono la legge intonsa - e più conservatore rispetto alle minoranze ebraiche di sinistra libertaria e socialista che si sono opposte al disegno di legge.
A noi progressisti democratici il compito di dare spazio a queste ultime, per mostrare l'esistenza di un dissenso ebraico in uno scenario di radicalizzazione - un dissenso prezioso non solo perché ebraico ma perché informato da opinioni lucide e aggiornate - e per limitare l'effetto odioso di un ddl pensato come risarcimento per i segmenti appiattiti su Israele dopo tre anni di proteste.
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