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Giornalista Blumenthal trattenuto e interrogato senza accuse in USA
di Giacomo Gabellini
Un altro glorioso capitolo della lotta senza quartiere di Trump contro Israele e la City di Londra.
Max Blumenthal, fondatore ed editor del sito investigativo The Grayzone, è stato trattenuto e interrogato per circa due ore e mezza senza accuse formali il 10 luglio 2026. Il fermo è avvenuto all'aeroporto internazionale di Washington-Dulles al suo rientro da un viaggio in Iran, dove si era recato per documentare i funerali dell'Ayatollah Ali Khamenei.
Durante l'ispezione, gli agenti della United States Customs and Border Protection (Cbp) hanno perquisito i suoi bagagli e sequestrato i suoi due smartphone, dopo che il giornalista si era rifiutato di sbloccarli per proteggere le proprie fonti e i propri diritti costituzionali.
La Cbp ha giustificato i controlli intensificati e l'ispezione come procedure standard applicabili a chiunque rientri da Paesi considerati ad alto rischio o sponsor del terrorismo, come l'Iran. Blumenthal, però, non era l'unico giornalista statunitense presente in Iran per seguire il funerale di Khamenei.
C'erano giornalisti della Cnn e di altre testate, dotati degli stessi accrediti rilasciati dal ministero degli Esteri iraniano. Eppure, solo Blumenthal è stato preso di mira al rientro.
Il 16 luglio 2026, l'American-Arab Anti-Discrimination Committee (Adc) ha depositato un ricorso d'urgenza per chiederne la restituzione. I dispositivi sono stati riconsegnati a Blumenthal il giorno successivo, ma il giornalista ha formalizzato una causa federale ad agosto per chiedere la distruzione di qualsiasi copia di dati eventualmente estratta dai suoi telefoni.
Da anni, scrive l'amico Roberto Vivaldelli, Blumenthal è stato bersaglio di una campagna pubblica condotta da influencer e gruppi filo-israeliani, alcuni dei quali hanno storicamente esercitato influenza sull’amministrazione Trump.
Pochi giorni prima del suo rientro, era stato preso di mira da un’organizzazione israeliana di doxxing e dalla attivista trumpiana Laura Loomer. Il suo reato? Aver raccontato ciò che il governo statunitense e i suoi alleati preferirebbero tenere nascosto: le reazioni popolari all’assassinio di Khamenei, i crimini di guerra statunitensi e israeliani documentati sul terreno, le interviste a funzionari e negoziatori iraniani
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