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24 settembre 2026
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Foreign Affairs: lo stallo con l'Iran non è sostenibile
di Leandro Leggeri

Dopo sei mesi di guerra, i meccanismi che hanno finora impedito alla chiusura dello Stretto di Hormuz di trasformarsi in una crisi energetica globale stanno venendo meno. Per Washington, sostengono Richard Haass e Carolyn Kissane su Foreign Affairs, è arrivato il momento di tornare alla diplomazia con Teheran.

Nell’articolo «The Stalemate With Iran Is Not Sustainable: A Diplomatic Strategy to End the War», pubblicato il 23 settembre, gli autori osservano come l’economia mondiale sia riuscita inizialmente ad assorbire quello che l’Agenzia internazionale dell’energia ha definito il più grave shock petrolifero della storia.

Prima della guerra quasi 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti raffinati transitavano attraverso Hormuz. La sostanziale chiusura dello stretto è stata parzialmente compensata dall’aumento della produzione fuori dal Golfo, dal ricorso alle riserve strategiche, dalla riduzione della domanda – soprattutto cinese – e dall’utilizzo di rotte alternative.

Tra queste, fondamentale è stata la East-West Pipeline saudita, capace di trasportare 4-5 milioni di barili al giorno dai giacimenti orientali al porto di Yanbu, sul Mar Rosso.

Ma questo equilibrio si sta spezzando.

Haass e Kissane richiamano l’attacco compiuto da droni di una milizia irachena allineata all’Iran contro la East-West Pipeline, che ne ha provocato la temporanea interruzione, e soprattutto la nuova situazione militare nello Yemen.

Secondo Foreign Affairs, entro metà settembre gli Houthi avevano assunto il controllo della maggior parte della costa occidentale yemenita, compresa Mokha, e di isole situate nello Stretto di Bab el-Mandeb e nelle sue vicinanze. Il blocco della navigazione saudita annunciato a luglio può così essere sostenuto dalla minaccia di droni, missili e sistemi a più corto raggio.

Il risultato, scrivono Haass e Kissane, è che oggi né Hormuz né Bab el-Mandeb possono essere considerati sicuri per le petroliere, in particolare per quelle che trasportano petrolio saudita.

Il prezzo del greggio, sceso nella fascia dei 70 dollari al barile in agosto, ha raggiunto circa 110 dollari in settembre. Gli autori avvertono che ulteriori interruzioni dell’offerta potrebbero spingerlo fino a 150 o persino 200 dollari al barile, con il rischio di una recessione mondiale.

Le riserve strategiche, inoltre, sono state fortemente intaccate: quella statunitense sarebbe scesa sotto i 300 milioni di barili, il livello più basso dagli anni Ottanta. Anche aumentare ulteriormente la produzione fuori dal Golfo o comprimere ancora la domanda richiederebbe costi economici crescenti.

Secondo Haass e Kissane, sette mesi di bombardamenti, sanzioni, blocco navale e pressione economica non hanno prodotto la capitolazione dell’Iran. La prosecuzione della stessa strategia difficilmente produrrebbe quindi un risultato differente, mentre aumenterebbe il rischio che nuovi attacchi contro oleodotti, terminali, raffinerie e rotte marittime provochino una crisi energetica globale.

La soluzione proposta è un ritorno al negoziato per raggiungere un cessate il fuoco più ampio del precedente accordo di giugno: stop agli attacchi contro le infrastrutture energetiche, riapertura di Hormuz, fine del blocco statunitense contro la navigazione iraniana e garanzie sul programma nucleare di Teheran, in cambio di una forma negoziata di alleggerimento delle sanzioni, restituzione di parte degli asset congelati e aiuti alla ricostruzione.

Ma un accordo tra Washington e Teheran, sottolineano gli autori, potrebbe non bastare. Gli Houthi conservano una significativa autonomia e l’Iran potrebbe non essere in grado di imporre loro la cessazione delle operazioni contro l’Arabia Saudita.

Per questo Washington dovrebbe spingere Riyadh a raggiungere un accordo separato con Sana’a, che probabilmente dovrebbe comprendere il riconoscimento della partecipazione degli Houthi alla vita politica yemenita e concessioni economiche, eventualmente anche una quota delle entrate petrolifere dello Yemen.

Haass e Kissane arrivano infine a una conclusione particolarmente dura sulla guerra intrapresa dagli Stati Uniti: «there is no way to justify this war», «non c’è modo di giustificare questa guerra».

Secondo gli autori, il conflitto ha comportato pesanti costi umani ed economici, consumato risorse militari statunitensi, sollevato interrogativi sulla capacità di Washington di proteggere i propri partner e potrebbe aver rafforzato gli incentivi dell’Iran e di altri paesi della regione ad acquisire armi nucleari.

Continuare la guerra, concludono, rischierebbe ora di produrre qualcosa di ancora peggiore: la distruzione di una parte significativa delle infrastrutture energetiche regionali e una crisi capace di trascinare l’economia mondiale nella recessione.

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