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24 settembre 2026
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Israele, o goyim e il diverso valore della vita
di Emma Buonvino

C’è una storia che sembra incredibile e che invece ci obbliga a fare una domanda molto concreta.

In Israele, dopo la morte di alcuni soldati, viene prelevato e congelato il loro sperma per permettere eventualmente, in futuro, la nascita di un figlio.

Dopo il 7 ottobre questa pratica è diventata molto più frequente.

Non voglio giudicare il dolore delle famiglie. Una madre che perde un figlio può desiderare disperatamente che qualcosa di lui continui a vivere.

La domanda che mi interessa è un’altra: perché la continuità biologica di una persona viene trasformata in una questione nazionale?

Ed è qui che dobbiamo parlare di una parola che spesso viene spiegata male: GOY.

CHE COSA SIGNIFICA “GOY”?

In ebraico goy significa originariamente “nazione”.

La Bibbia usa questa parola anche per Israele. Nel corso della storia, però, goy è passato a indicare comunemente il non ebreo.

E attenzione: goy non significa automaticamente “persona inferiore”. Può essere una parola neutra oppure, in determinati contesti, diventare dispregiativa.

Quindi il problema non è la parola. Il problema nasce quando la distinzione: ebreo / non ebreo diventa una gerarchia: la vita di uno vale più della vita dell'altro.

Ed è precisamente qui che entra in gioco il concetto di suprematismo.

UN ESEMPIO È NELLA LEGGE

Nel 2018 la Knesset approvò la Legge fondamentale: Israele, Stato-nazione del popolo ebraico.

Il testo stabilisce che il diritto all'autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusivo del popolo ebraico. Stabilisce inoltre che lo sviluppo degli insediamenti ebraici costituisce un valore nazionale che lo Stato deve promuovere.

L'ebraico è definito lingua dello Stato, mentre l'arabo riceve uno “status speciale”. Queste non sono interpretazioni. Sono disposizioni scritte nella legge fondamentale israeliana.

Da qui nasce una delle principali critiche mosse da organizzazioni per i diritti umani: l'idea che lo Stato non si limiti ad avere una maggioranza ebraica, ma attribuisca alla collettività ebraica una posizione nazionale particolare rispetto agli altri cittadini.

Ed è qui che dobbiamo distinguere una cosa fondamentale: ebraismo, ebrei e Stato di Israele non sono sinonimi.

QUANDO LA RIPRODUZIONE DIVENTA POLITICA

Ed è qui che la storia dello sperma dei soldati diventa interessante.

Da una parte viene preservata la possibilità che un soldato morto continui biologicamente attraverso un figlio.

Dall'altra, nel dicembre 2023, un attacco colpì il centro di fecondazione assistita Al-Basma a Gaza, distruggendo più di 4.000 embrioni congelati e circa 1.000 campioni di sperma e ovociti non fecondati, secondo quanto riportato da Reuters.

Non sto dicendo che questi due fatti costituiscano automaticamente la prova di un unico piano. Sarebbe un salto logico.

Ma pongono una domanda terribile: perché la riproduzione ebraica viene protetta e trasformata in simbolo della continuità nazionale, mentre la possibilità riproduttiva palestinese può essere devastata dalla guerra?

È questa la domanda politica che mi interessa. Non il dolore di una madre. Non la volontà di una famiglia di conservare qualcosa del proprio figlio. Ma il significato che lo Stato attribuisce alla riproduzione.

CHE COS'È, ALLORA, IL SUPREMATISMO?

In parole semplici: è l'idea che un gruppo umano debba avere un valore, un diritto o una posizione superiore rispetto agli altri in quanto appartenente a quel gruppo.

Dire: “gli ebrei hanno diritto all'autodeterminazione nazionale” è una posizione politica.

Dire: “solo gli ebrei hanno diritto all'autodeterminazione nazionale nello Stato” descrive invece ciò che stabilisce la Legge fondamentale del 2018.

Ma esiste un passaggio ancora più grave.

Quando si arriva a sostenere: “la vita di un ebreo vale più di quella di un non ebreo” non siamo più soltanto davanti a una distinzione identitaria. Siamo davanti all'idea di una gerarchia del valore umano.

Ed è proprio questa gerarchia che deve essere analizzata quando si parla di suprematismo.

Ma attenzione: non significa attribuire questa idea a tutti gli ebrei o all'ebraismo. Esistono moltissimi ebrei che contestano radicalmente queste concezioni.

Il bersaglio della critica deve essere preciso: le ideologie, le leggi e le politiche che producono una gerarchia tra popolazioni.

TORNIAMO AL SEME

La questione, allora, non è scandalizzarsi perché una famiglia vuole avere un figlio dal proprio caro morto. Quello è dolore umano. La questione politica è chiedersi cosa succede quando la continuità biologica del soldato morto viene inserita dentro il linguaggio della sopravvivenza nazionale, della continuità del popolo e della demografia.

E contemporaneamente una popolazione considerata “altra” subisce la distruzione delle proprie case, dei propri ospedali e persino di strutture destinate alla riproduzione.

Non significa che ogni bambino israeliano sia “un'arma”. Non significa che ogni famiglia israeliana ragioni in termini suprematisti. Significa che la riproduzione può diventare politica quando la demografia viene considerata una questione di sicurezza nazionale. Ed è qui che la parola goy torna ad essere importante.

Perché il problema non è avere un “noi”. Ogni popolo ha un'identità. Il problema comincia quando il “noi” diventa un diritto che gli altri non possono avere.

IL PUNTO, ALLA FINE, È UNO SOLO

Non è la parola goy il problema. Non è una madre che vuole disperatamente conservare qualcosa del figlio morto. Non è nemmeno l'identità ebraica. Il problema nasce quando una distinzione tra gruppi umani diventa una gerarchia di diritti, di appartenenza e infine di valore della vita.

Quando il “noi” diventa: noi abbiamo un diritto che gli altri non hanno. E quando, oltre al diritto, compare anche una gerarchia: la nostra vita vale più della loro.

È su questa linea che bisogna discutere di suprematismo.

Senza confondere gli ebrei con lo Stato di Israele. Senza confondere l'ebraismo con le sue correnti estremiste. Senza trasformare una parola ebraica come goy in qualcosa che etimologicamente non significa.

Ma anche senza avere paura di chiamare per nome una discriminazione quando leggi e politiche producono concretamente una differenza di status tra popolazioni.

Perché una cosa dovrebbe essere non negoziabile: LA VITA UMANA NON DOVREBBE AVERE UNA GRADUATORIA

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