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Adelson, Trump e la democrazia all'asta
di Edoardo Morello
𝘚𝘦𝘪𝘤𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘮𝘪𝘭𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘪𝘯 𝘥𝘪𝘦𝘤𝘪 𝘢𝘯𝘯𝘪, 𝘶𝘯'𝘢𝘮𝘣𝘢𝘴𝘤𝘪𝘢𝘵𝘢 𝘴𝘱𝘰𝘴𝘵𝘢𝘵𝘢 𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘥𝘰𝘮𝘢𝘯𝘥𝘢 𝘳𝘪𝘮𝘢𝘴𝘵𝘢 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘳𝘪𝘴𝘱𝘰𝘴𝘵𝘢 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘒𝘯𝘦𝘴𝘴𝘦𝘵
Seicento milioni di dollari. Tanto hanno versato i miliardari Israeliani Sheldon e Miriam Adelson nella macchina politica di Donald Trump e dei repubblicani dal 2015. Oltre cento solo per l'ultima corsa alla Casa Bianca. E lo scorso dicembre, tra le candele di Hanukkah, altri duecentocinquanta messi sul tavolo per un terzo mandato che la Costituzione americana vieta. Non una donazione: una puntata. ( d'altra parte i loro soldi arrivano dai Casinò di Las Vegas).
E le puntate, al casinò, si incassano. L'ambasciata spostata a Gerusalemme. La residenza dell'ambasciatore venduta agli stessi Adelson per 67 milioni. I campus americani passati al setaccio, gli studenti schedati, un residente permanente come Mahmoud Khalil trattato da nemico. Gli insediamenti in Cisgiordania finanziati mentre si parla di pace.
Poi c'è quella scena alla Knesset. Il presidente degli Stati Uniti che ride, indica la miliardaria in tribuna e racconta di averle chiesto se ami più l'America o Israele. Lei non risponde. Lui scherza. L'aula applaude.
È tutto lì, in quel silenzio trasformato in battuta: la politica estera della prima potenza del mondo ridotta a un siparietto tra un uomo e il suo finanziatore.
Non è una questione di popoli, né di religioni. È una questione di denaro che compra accesso, e di accesso che diventa politica. È la democrazia messa all'asta, e il banco vince sempre.
Solo che al tavolo, questa volta, a pagare sono i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania.
Fonti: Times of Israel, Newsweek, Responsible Statecraft, Middle East Eye, Jerusalem Post.
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