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Insediamenti si preparano alle sanzioni europee
di Leandro Leggeri
L’economia degli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata si prepara a una crescente pressione internazionale, mentre Regno Unito, Francia, Canada e diversi paesi europei annunciano o valutano nuove restrizioni commerciali. Lo riferisce il Financial Times, sottolineando come le conseguenze potrebbero andare ben oltre il semplice divieto di importazione dei prodotti provenienti dagli insediamenti.
Il governo britannico ha annunciato un regime sanzionatorio che dovrebbe essere definito nei dettagli nei prossimi sei-nove mesi. Londra intende vietare l’importazione di merci prodotte negli insediamenti, ma il ministro degli Esteri Ed Miliband ha prospettato anche sanzioni contro aziende e individui che ne «finanziano o facilitano» l’espansione, coinvolgendo potenzialmente i settori delle costruzioni, delle infrastrutture, della finanza e dell’immobiliare.
Francia e Canada hanno a loro volta annunciato l’intenzione di vietare le importazioni dagli insediamenti, mentre Irlanda, Spagna, Belgio e Norvegia hanno già annunciato restrizioni commerciali. Misure olandesi entreranno inoltre in vigore nei prossimi giorni.
Secondo il Financial Times, l’impatto diretto di un embargo sulle sole merci degli insediamenti sarebbe relativamente contenuto. La Manufacturers Association of Israel stima infatti in appena 11,1 milioni di dollari l’anno le esportazioni degli insediamenti verso il Regno Unito, contro circa 1,6 miliardi di dollari di merci israeliane complessivamente importate da Londra nel 2025.
A preoccupare maggiormente gli ambienti economici israeliani è invece la possibile estensione delle sanzioni alle società che forniscono servizi agli insediamenti e, soprattutto, a banche e assicurazioni coinvolte nel loro finanziamento.
Dror Strum, ex responsabile dell’autorità israeliana per la concorrenza e oggi alla guida dell’Israeli Institute for Economic Planning, ha evidenziato il peso che potrebbe avere il coinvolgimento del sistema finanziario britannico, considerando il ruolo globale della City di Londra nei sistemi di pagamento, credito e finanziamento.
Anche senza arrivare a colpire direttamente le grandi banche israeliane, le sanzioni potrebbero produrre un «chilling effect»: imprese straniere, di fronte alla difficoltà di ricostruire i rapporti tra società israeliane e insediamenti all’interno di catene di approvvigionamento complesse, potrebbero scegliere di ridurre i rapporti con aziende israeliane in generale per evitare il rischio di incorrere nelle sanzioni.
Il Financial Times ricorda inoltre che, durante gli ultimi quattro anni, il governo Netanyahu ha approvato oltre 100 nuovi insediamenti e che più di 500.000 israeliani vivono oggi negli insediamenti della Cisgiordania occupata.
Il rischio economico aumenterebbe ulteriormente qualora altri paesi europei adottassero misure analoghe. Eran Yashiv, professore di economia dell’Università di Tel Aviv, sottolinea che una moltiplicazione delle restrizioni nazionali potrebbe escludere le imprese israeliane da un mercato molto più ampio. Un eventuale passaggio dalle sanzioni contro gli insediamenti a misure rivolte all’economia israeliana nel suo complesso avrebbe conseguenze di tutt’altra portata, considerando che l’Europa rappresenta il principale partner commerciale di Israele.
Fonte:
James Shotter e Lucy Fisher, “Israel’s settler economy braces for European sanctions”, Financial Times, 20 settembre 2026.
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