 |
Gaza e l'articolo 11
di Emma Buonvino
L'ARTICOLO 11 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA
L'ITALIA RIPUDIA LA GUERRA. MA COSA SIGNIFICA DAVVERO?
«L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.»
Sono parole scritte dopo una dittatura, una guerra devastante e milioni di morti.
Parole che avrebbero dovuto insegnarci una cosa fondamentale: la vita umana non può essere subordinata agli interessi militari, economici o geopolitici.
Ma oggi, mentre a Gaza la popolazione palestinese vive le conseguenze di una guerra devastante, dobbiamo porci alcune domande.
Non per spirito di contrapposizione politica. Non per odio verso un popolo.
Ma per rispetto della nostra Costituzione e del diritto internazionale.
Cosa significa, concretamente, ripudiare la guerra?
Significa che la guerra non può essere considerata uno strumento normale della politica.
Significa che la sicurezza di uno Stato non può cancellare i diritti della popolazione civile.
Significa che il rispetto della vita umana deve valere per tutti, indipendentemente dal popolo al quale appartengono le vittime.
E significa che uno Stato deve interrogarsi anche sulle conseguenze delle proprie decisioni, comprese quelle riguardanti i rapporti militari e le esportazioni di armamenti.
Il problema, quindi, non è soltanto ciò che diciamo.
È ciò che facciamo.
🇮🇹 L'ITALIA E LE FORNITURE MILITARI A ISRAELE
Il Governo italiano ha dichiarato di aver bloccato le nuove autorizzazioni per l'esportazione di armamenti verso Israele dopo l'inizio della guerra a Gaza.
Tuttavia, le forniture legate a precedenti autorizzazioni sono proseguite.
Secondo l'analisi della Rete Italiana Pace e Disarmo sui dati relativi al 2025, sono stati effettuati trasferimenti di materiali militari verso Israele per oltre 22,6 milioni di euro, riconducibili a licenze rilasciate prima della sospensione delle nuove autorizzazioni.
Sono dati che richiedono trasparenza e un esame pubblico delle categorie di materiali e delle loro destinazioni.
La questione non è soltanto burocratica.
È una questione di responsabilità.
La legge italiana n. 185 del 1990 stabilisce criteri per il controllo delle esportazioni di armamenti.
E quei criteri non possono essere considerati un dettaglio secondario.
Quando si parla di armi, infatti, non si parla semplicemente di merci.
Si parla di strumenti che possono essere utilizzati in guerra e che possono avere conseguenze irreversibili sulla vita delle persone.
Per questo la domanda diventa inevitabile:
quale responsabilità ha l'Italia quando mantiene o consente rapporti militari con uno Stato impegnato in operazioni che provocano enormi sofferenze alla popolazione civile?
La risposta non può essere affidata soltanto alle dichiarazioni politiche.
Deve passare attraverso la legge italiana, il diritto internazionale umanitario e il controllo concreto delle esportazioni di armamenti
GAZA CI OBBLIGA A GUARDARE IN FACCIA UNA CONTRADDIZIONE.
Mentre intere famiglie palestinesi affrontano distruzione, sfollamento e condizioni di vita drammatiche, la comunità internazionale discute di alleanze, interessi strategici e rapporti militari.
Ma dietro ogni decisione ci sono persone.
Bambini.
Donne.
Uomini.
Anziani.
Persone che non hanno scelto di nascere sotto le bombe.
Persone che non possono essere ridotte a numeri, statistiche o "danni collaterali".
Il ripudio della guerra non può essere soltanto una frase pronunciata nelle cerimonie istituzionali.
Deve diventare un criterio concreto per le decisioni dello Stato.
E questo vale per ogni guerra, per ogni popolo, per ogni governo.
Non possiamo chiedere il rispetto del diritto internazionale soltanto quando a essere colpito è qualcuno che sentiamo vicino.
Il principio deve essere universale.
Se la vita umana ha valore, deve averlo sempre.
Se il diritto internazionale deve essere rispettato, deve esserlo sempre.
Se la Costituzione italiana ripudia la guerra, dobbiamo avere il coraggio di chiederci cosa comporti realmente questa parola: ripudia.
Non "condanna".
Non "deplora".
Ripudia.
E allora arriviamo alla domanda più difficile.
NON CHIEDIAMO PRIVILEGI. CHIEDIAMO COERENZA.
Chiediamo che l'Italia applichi i principi della propria Costituzione.
Chiediamo trasparenza sulle forniture militari.
Chiediamo che il rispetto del diritto internazionale non dipenda dall'identità delle vittime o dall'importanza strategica degli alleati.
Chiediamo che la protezione dei civili non resti una dichiarazione priva di conseguenze.
Perché una Costituzione non è soltanto un testo da citare.
È un impegno che lo Stato assume nei confronti dei cittadini.
E l'articolo 11 ci ricorda una responsabilità che non possiamo dimenticare:
la pace non si costruisce soltanto dichiarandosi contrari alla guerra.
Si costruisce anche attraverso le decisioni che prendiamo per non alimentarla.
E allora la domanda resta lì, davanti a noi:
se l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, cosa deve fare concretamente un Paese che prende sul serio queste parole?
Non è una domanda di destra o di sinistra.
Non è una domanda contro un popolo.
È una domanda sulla coerenza tra la nostra Costituzione e le nostre azioni.
L'ITALIA RIPUDIA LA GUERRA.
Che queste parole non rimangano soltanto scritte sulla carta.
Che abbiano un significato reale.
VAI A TUTTE LE NOTIZIE SU GAZA
 
Dossier
diritti
|
|