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Sabra e Shatila 44 anni dopo
di Roberto Neri
“Quello che era successo nel campo ce lo dissero le mosche. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l'odore”.
E’ un trauma la mattina di quel 19 settembre 1982, quando i primi reporter arrivati sul posto inondano i canali tv mondiali di immagini del massacro di Sabra e Chatila, terminato il pomeriggio precedente. Nelle quaranta ore di permanenza dei carnefici nei due campi profughi venivano cancellate le vite di 3.000 civili palestinesi. In massima parte si trattava di donne, o di persone troppo giovani per combattere o troppo anziane o inabili per farlo.
All'inizio dell'estate il Libano era dilaniato da una guerra civile complessa che durava già da anni; a tale scenario il 6 giugno 1982 si aggiungevano le forze armate israeliane (IDF) guidate da Ariel Sharon, ministro della Difesa, che invadevano da sud il “paese dei cedri”; l’obiettivo non era la conquista ma la caccia ai miliziani dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) guidata da Yasser Arafat, che all’epoca aveva 52 anni.
I “fedayyin” di Arafat, che utilizzavano il territorio libanese come base per le loro operazioni, nel giro di qualche giorno venivano così circondati nella capitale Beirut, più precisamente nel settore occidentale. La città da sette anni era divisa in due, a est in mano perlopiù ai cristiani maroniti e difesa dalle loro milizie, e ad ovest abitata da una maggioranza musulmana, sciita e sunnita, dove l’OLP e i suoi alleati politici avevano la loro roccaforte.
La presenza, in quella vasta parte occidentale della città, di campi profughi di palestinesi e musulmani sciiti, si mescolava ai quartieri dei libanesi con le loro attività come in una qualsiasi capitale. Tutti nell’estate 1982 erano comunque sotto assedio dell’IDF che bombardava Beirut ovest senza tregua, da terra, dal cielo e dal mare. La situazione richiedeva un miracolo.
Al suo posto interveniva invece una forza dell’ONU di interposizione, inviata da Stati Uniti, Italia e Francia; all’epoca i rispettivi governanti erano Reagan, Spadolini e Mitterand, mentre Begin e Shamir fungevano da premier e ministro degli Esteri israeliani. Intavolata una trattativa, alla fine di agosto forse un mezzo prodigio permetteva di raggiungere un accordo; i fedayyn, scortati dalle truppe dell’ONU potevano evacuare da Beirut ovest, che rimaneva ancora circondata. La forza di pace internazionale iniziava poi il ritiro.
La situazione però precipitava di colpo alla morte del presidente libanese Gemayel il 14 settembre 1982, vittima di un attentato dinamitardo attribuito all’OLP ma che si scoprirà poi dovuto ad altro. L’ucciso però era leader delle Falangi libanesi, milizie cristiane maronite alleate degli israeliani coi quali collaboravano per stringere d’assedio il settore occidentale.
L’inesorabile vendetta falangista a questo punto aveva un pretesto per colpire i palestinesi rimasti a Beirut ovest e concentrati nei campi profughi.
Non erano solo aree ricoperte di tende quei campi, ma quartieri urbani organizzati, edificati negli ultimi quindici anni da migliaia di famiglie scappate dalla Palestina occupata dagli israeliani. Sabra addirittura era un grosso sobborgo della capitale, abitato già prima di accogliere i profughi, mentre Chatila era un vicino villaggio.
All'interno o ai margini dei campi profughi operavano strutture sanitarie, anche importanti come il Gaza Hospital messo in piedi dalla stessa OLP insieme alla Mezzaluna rossa palestinese. Tale complesso, dal nome che inconsapevolmente per l’epoca prefigurava massacri attuali forse peggiori, offriva durante l'assedio di Beirut ovest e poi nei giorni tragici di Sabra e Chatila vari ambulatori e alcune moderne cliniche dislocate nei quartieri cittadini.
E così in risposta alla morte di Gemayel, la tregua veniva violata dall’IDF che entrava in Beirut ovest chiudendo i due campi profughi in una morsa ferrea. Uscirne era impossibile.
Nel tardo pomeriggio del 16 settembre l'esercito israeliano autorizzava, e persino favoriva, l'ingresso a Sabra e Chatila di un numero variabile di falangisti libanesi, da 150 a 400, con il pretesto di “ripulire” le due entità da presunti combattenti dell'OLP rimasti nascosti. In realtà nei campi non vi erano persone armate ma solo gente inerme, come già detto.
Per quarantatré ore consecutive i miliziani scatenavano una mattanza indiscriminata. Le testimonianze dei sopravvissuti, dei giornalisti e dei diplomatici accorsi subito dopo la fine delle violenze descrivono scenari apocalittici: intere famiglie sterminate nelle loro case, persone uccise nel sonno, corpi mutilati, donne violentate e bambini seviziati. Le strade e i vicoli disseminati di cadaveri.
L'IDF, che manteneva il controllo perimetrale e occupava i tetti degli edifici circostanti, non solo era al corrente di quanto accadeva grazie alle segnalazioni e agli ufficiali presenti sul campo, ma in quelle ore si attivava pure. Nelle due notti della strage Israele supportava i falangisti rischiarando l’oscurità con razzi d'illuminazione per facilitare il loro “lavoro”; forniva inoltre i bulldozer per la rimozione dei corpi e la loro sepoltura in fosse comuni.
L’esatto numero di vittime non potrà mai essere stabilito. L’uso in diversi settori di lanciafiamme e benzina per fare sparire i cadaveri, le manovre dei cingolati sui corpi, e coi corpi nelle benne -pregando adesso che nessuno fosse ancora in vita- permetterà solo stime che, tra ufficiali e indipendenti, oscilleranno tra 1.300 e 3.500, comprendendo sia palestinesi che cittadini libanesi.
Quando la notizia del massacro trapela all’esterno nelle primissime ore del 19 settembre 1982, grazie a giornalisti internazionali, l'indignazione globale è immediata e travolgente. In Israele la protesta popolare raggiunge livelli storici: il 25 settembre una manifestazione oceanica a Tel Aviv riunirà circa 400.000 cittadini per chiedere giustizia e fare luce sulle responsabilità del proprio governo.
Di fronte alle pressioni del mondo intero, e a quelle interne, il governo di Begin sarà costretto a istituire una gruppo d'inchiesta indipendente, la commissione Kahan; il rapporto finale, pubblicato nel febbraio 1983 stabilirà che la responsabilità diretta fu dei falangisti libanesi. All’IDF però l’indagine attribuirà la pesante responsabilità indiretta di aver ignorato il pericolo evidente, e di non aver agito per fermare le uccisioni una volta appreso cosa stava accadendo.
Particolarmente censurato sarà il ruolo giocato da Ariel Sharon in qualità di ministro della Difesa; verrà ritenuto personalmente responsabile di negligenza e di aver sottovalutato gli effetti letali dell'ingresso delle milizie cristiane nei due campi profughi, e sarà obbligato a dimettersi. A livello planetario invece l'assemblea generale delle Nazioni Unite condannerà il massacro definendolo un genocidio.
I contingenti internazionali di pace che avevano salutato Beirut in virtù dell’accordo per allontanare l’OLP, torneranno subito indietro e saranno rafforzati. Essi proteggeranno i superstiti mentre Israele, ormai appagato, smantellerà il dispendioso assedio. Quella seconda missione militare italiana, con a capo il generale Angioni, si distinguerà nei primi anni dopo il massacro per l’umanità con cui tratterà i palestinesi rimasti e i libanesi del settore occidentale.
Nel cuore del campo di Chatila verrà mantenuta una fossa comune accanto a un piccolo memoriale per ricordare le vittime del settembre 1982; attorno, nei vicoli, tra le costruzioni precarie, i fili elettrici sospesi, le tubature “a giorno” e le strade sconnesse, i profughi cercheranno di conservare la loro identità in mezzo a quotidiane privazioni.
Ancora adesso ai palestinesi in Libano non è permesso avere proprietà immobiliari o svolgere alcuni mestieri, settore pubblico incluso. In concreto i profughi ricevono contributi anche dall’agenzia dell’ONU istituita per aiutarli, l’UNRWA, la quale a sua volta ha però scarse disponibilità. Tale agenzia cerca di tenere aperte scuole per bambini palestinesi, ma istruirsi in Libano è già difficile di per sé, in un Paese dove l’80 per cento dell’istruzione è in mano ai privati.
Attualmente nei campi di Sabra e Chatila, ripopolati di profughi a causa delle ricorrenti crisi mediorientali, come quella gravissima della guerra in Siria iniziata nel 2011, operano associazioni benefiche. L’italiana “Un ponte per” in particolare si occupa di bambini, molti dei quali orfani; sanità, riabilitazione post trauma da guerre, istruzione e asili sono i campi in cui “Un ponte per” è attiva fin dagli Novanta.
E Sharon? I suoi demeriti non gli impediranno di risalire la china della politica, tanto che un decennio dopo Sabra e Chatila diverrà il capo del partito conservatore Likud e, nel 2001, premier israeliano. Mentre è in carica, nel 2006 sarà colpito da ictus cerebrale; in coma da allora, morirà nel 2014 all’età di 85 anni.
(fonti principali sono il sito internet di UNRWA e l’articolo di Rima Krayim e Edoardo Cuccagna “A quarant’anni da Sabra e Chatila nessuna giustizia” pubblicato il 16 settembre 2022 dal sito web di “Un ponte per”; scritto di Roberto Neri)
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