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Hani Almadhoun: umiliati per aiutare i gazawi
trad. di Antonella Salamone
Il mio telefono vibrava sul bancone, appena fuori dalla mia portata, mentre me ne stavo al Gate 69B con le braccia spalancate.
La scritta SSSS sulla mia carta d'imbarco significava dover restare immobile mentre gli agenti della TSA eseguivano una perquisizione corporale completa.
Davanti, dietro, cosce, parti intime, per ben due volte, in attesa che uno specialista in esplosivi desse il via libera con un cenno del capo. L'avevano già fatto una volta al checkpoint di sicurezza.
E ora ero di nuovo lì, stessa procedura, direttamente al gate.
Nell'istante esatto in cui sono stato autorizzato e ho risposto alla chiamata persa, tutto si è capovolto.
Erano persone dello staff di Macklemore per informarmi che l'artista devolverà i proventi a sei organizzazioni umanitarie attive sul campo a Gaza: l'iniziativa della mia famiglia, Gaza Soup Kitchen, il mio datore di lavoro, UNRWA USA, e Anera, la mia precedente organizzazione.
Il contrasto è stato fortissimo. Pochi secondi prima mi avevano fatto sentire insignificante, non per una questione economica, ma per ciò che quel tipo di perquisizione ti fa dentro, per la dignità che ti strappa via semplicemente costringendoti a restare lì fermo.
Poi il telefono squilla ed è l'esatto opposto. Qualcuno che usa le proprie risorse per tenere in vita le persone.
Raccogli le tue borse, ti ricomponi e torni dritto a fare il lavoro che conta davvero.
Hani Almadhoun
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