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17 settembre 2026
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Palestina 36
di Rossella Ahmad

Un'amica mi chiede cosa ne pensi di Naza e se abbia intenzione di vederlo.

Ne penso ogni bene, ovviamente. Come penso ogni bene di chiunque sia disposto a sacrificare e mettere in gioco anche un po' della sua normalità pur di testimoniare il vero.

Ringrazio i registi di Naza .del loro atto di coraggio, dunque, ma non vedrò il film.

La visione del quale non serve a me né a chi abbia assistito e udito anche la metà di ciò che è accaduto a Gaza in tre anni di genocidio, della rappresentazione quotidiana di un girone infernale che ci ha troncato il respiro, che ha avvelenato la nostra vita con una sistematicità e crudeltà che non appartiene a questo mondo, e che abbia interiorizzato la semplice nozione della realtà di un violento colonialismo di insediamento che ha stravolto la vita dei palestinesi a partire dal 1917.

Serve invece, e molto, ai negazionisti ed ai loro fiancheggiatori, che sono tanti, agguerriti e ben remunerati e che, da un anno a questa parte, hanno perso anche quello zic di pudore residuo generato dalla anomala visione dei corpicini smembrati di Gaza, e si sono lanciati a testa bassa nella più astuta trovata sionista per giustificare l'ingiustificabile presso un pubblico di gente ignara, l'odio islamofobo.

Spero che lo vedano in tanti, che meditino sul male perpetrato e che facciano mea culpa per aver occultato, minimizzato, irriso e sbeffeggiato uno dei crimini assoluti della storia umana, il tiro al piccione di bambini affamati, rinchiusi in un campo di concentramento senza vie d'uscita.

Spero che lo vedano anche i normalizzatori della mattanza, quelli che hanno spaccato il capello in quattro per definire cosa fosse un genocidio e cosa non lo fosse, e quello di Gaza ovviamente non lo era. Ad essi rammento che cade oggi l'anniversario di un terribile massacro, uno dei tanti "atti di genocidio" - così fu definito dalla Corte Internazionale chiamata ad esprimersi - di cui è piena la storia palestinese: la mattanza, atroce, nei campi profughi di Sabra e Shatila.

Le scene della carneficina, le pile di cadaveri in decomposizione che sbucavano da ogni angolo dei campi, le pozze di sangue raggrumito su cui danzavano nugoli di mosche ebbre di carne umana, non sono diverse da ciò che abbiamo visto a Gaza, moltiplicato per mille giorni ed oltre. Ma erano altri tempi, ed il crimine faceva più rumore.

Tutti costoro, malati di uno strano "specismo" culturale in nome del quale una storia, la propria storia, per essere credibile debba essere raccontata o validata da chi sia ritenuto superiore per valore e diritti - dunque un occidentale, ancora meglio se israeliano - ne trarranno sicuramente vantaggio, e spunti interessanti per meditare sulla vergognosa evidenza di aver prestato il fianco alla più abominevole propaganda coloniale, quella dei Ben-Gvir e degli psicopatici addestrati a colpire testicoli minuscoli, cuori infantili, arti mai cresciuti.

Vedrò invece, e volentieri, Palestina 36, della regista betlemita Anne Marie Jasser. Ovvero la voce palestinese che racconta la sua storia, quella della rivolta - disperata - di un popolo che vedeva compiersi il suo destino e per la prima volta prendeva atto della sua solitudine, della sua impotenza.

Tutto comincia lì, nelle strade infuocate di Yafa e Gerusalemme in quel fatidico anno che sancì la nascita di una rivoluzione, di una resistenza, di una lotta popolare che ha travalicato il tempo e lo spazio e che giunge fino a Gaza oggi.

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