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15 settembre 2026
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Hollywood in rivolta: danneggiati attori pro-Pal
di Rita Newton

Sui social girano post - probabilmente parte della hasbara - secondo cui Javier Bardem prende posizione pubblica a favore della Palestina per aumentare la sua visibilità e quindi i suoi ingaggi. Ma sappiamo che è esattamente il contrario: la carriera di chi parla in favore della Palestina viene contrastata.

Agli Emmy dell'anno scorso, Javier Bardem“, con la kefiah sulle spalle, dichiarava all'intervistatore "Non posso lavorare con coloro che giustificano o sostengono il genocidio" e quindi spiega che rifiuterà di partecipare a produzioni in qualche modo legate a Israele. Già a luglio l'attore spagnolo aveva utilizzato la sua piattaforma a "The View" per condannare le azioni di Israele a Gaza definendole "genocidio".

Durante una conversazione con i co-conduttori del programma sull'importanza dell'attivismo, la star di "Skyfall" e "Dune" aveva menzionato la sofferenza che lui e altri hanno provato guardando la guerra di Israele contro Hamas, affermando di aver visto video di bambini palestinesi "assassinati" da Israele. "Ma la situazione a Gaza è giunta a un punto tale che non posso... non posso esprimere il dolore che io, insieme a molti milioni di persone, soffro quotidianamente guardando quelle orribili immagini di bambini assassinati e che muoiono di fame."

Ma erano 4.000 le star di Hollywood, i registi e altri operatori del cinema, che l'8 settembre 2025 firmarono un impegno per boicottare le istituzioni cinematografiche israeliane, secondo l'organizzazione di pressione Film Workers for Palestine che annovera fra le sue fila Emma Stone e Mark Ruffalo, Joaquin Phoenix, Peter Sarsgaard, Lily Gladstone, Olivia Colman, Tilda Swinton e Susan Sarandon (quest'ultima anche impegnata nella missione della Global Sumud Flotilla.

"Ispirati dai Filmmakers United Against Apartheid che si sono rifiutati di proiettare i loro film nel Sudafrica dell'apartheid, ci impegniamo a non proiettare film, apparire o collaborare in alcun modo con istituzioni cinematografiche israeliane – inclusi festival, cinema, emittenti televisive e case di produzione – implicate nel genocidio e nell'apartheid contro il popolo palestinese", si legge nell'impegno.

"Rispondiamo all'appello dei registi palestinesi, che hanno esortato l'industria cinematografica internazionale a rifiutare il silenzio, il razzismo e la disumanizzazione, nonché a 'fare tutto ciò che è umanamente possibile' per porre fine alla complicità nella loro oppressione", si legge nell'impegno.

Lo stsso anno, in occasione del Festival del Cinema di Venezia, la documentarista israeliana Avigail Sperber aveva detto delle azioni e dichiarazioni dei colleghi pro-Pal: "Dovrebbero fare tutto il necessario per costringere il governo israeliano a fermare questa terribile guerra... E sì, anche i nostri film saranno feriti. Ma questo prezzo vale la possibilità di porre fine allo spargimento di sangue e iniziare a guarire questa zona sanguinante..."

Inoltre affermava che i sindacati degli artisti cinematografici avrebbe dovuto rispondere agli artisti ribelli "Grazie, cari colleghi nel mondo. Grazie per non essere rimasti indifferenti agli orrori. Grazie per averci spalleggiato, noi che da soli non riusciamo a cambiare la realtà. Vorrei che con il vostro aiuto riuscissimo a fermare questa guerra".

L'Associazione Israeliana dei Produttori Cinematografici e Televisivi rispos all'impegno di boicottaggio con una dichiarazione a Deadline, affermando: "I firmatari di questa petizione stanno prendendo di mira le persone sbagliate".

"Per decenni, noi artisti, narratori e creatori israeliani siamo stati le principali voci che hanno permesso al pubblico di ascoltare e testimoniare la complessità del conflitto, comprese le narrazioni palestinesi e le critiche alle politiche dello Stato israeliano", ha affermato il gruppo. L'associazione ha affermato di collaborare con i creatori palestinesi per promuovere la pace e che l'appello al boicottaggio è "profondamente fuorviante".

Paramount è stata la prima grande casa di produzione ad affrontare la questione: "Non siamo d'accordo con i recenti tentativi di boicottare i registi israeliani. Mettere a tacere singoli artisti creativi in ​​base alla loro nazionalità non promuove una migliore comprensione né promuove la causa della pace", ha affermato la Paramount. "Abbiamo bisogno di più impegno e comunicazione, non di meno".

In risposta alla dichiarazione della Paramount, Film Workers for Palestine criticò lo studio per aver "intenzionalmente travisato l'impegno preso nel tentativo di mettere a tacere i nostri colleghi dell'industria cinematografica". "Una mossa del genere non farebbe altro che proteggere un regime genocida dalle critiche, in un momento in cui l'indignazione globale sta crescendo esponenzialmente e mentre molti stanno compiendo passi significativi verso la responsabilità", ha scritto il gruppo in una dichiarazione condivisa sui social media.

L'organizzazione ha anche accusato il multimiliardario Larry Ellison di avere uno "stretto rapporto con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu" e ha applaudito le migliaia di registi che si sono uniti per prendere una "posizione morale collettiva".

Proprio per questo, Mark Ruffalo è oggetto di una campagna diffamatoria che lo accusa di antisemitismo per essersi opposto al genocidio perpetrato da Israele e oggi per contrastato Larry Ellison, amico statunitense di Netanyahu e proprietario Tik Tok e Paramount, di Oracle (società attiva nel genocidio e nella sorveglianza di massa), sta per comprare Warner per 111 miliardi.

Il rapporto tra Oracle e Israele è di lunga data. La sua tecnologia è stata fornita a tutto l'apparato statale israeliano, inclusi i settori militare, governativo e delle forze dell'ordine. Tale relazione ha fatto da sfondo a un filmato diffuso da Ruffalo su Instagram: un video che ritrae Safra Catz, vicepresidente esecutivo di Oracle e membro del consiglio di amministrazione di Paramount, mentre parla della tecnologia offerta da Oracle a Israele dopo il 7 ottobre.

Insomma, secondo la hasbara, se un attore denuncia quanto accade in Palestina o non vuol lavorare per produzioni filoisraeliane è antisemita o cerca maggiore visibilità.

Questo secondo i troll. Tutti gli altri capiscono benissimo che invece si tratta di artisti coraggiosi in un ambiente in cui le lobby israeliane hanno un immenso potere.

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