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Il sangue di Ugo e di Nino
di Roberto Neri
Nel fiore degli anni, ventuno per la precisione, quella luce irresistibile sul volto di Ugo Calderoni si spegne per sempre ai bordi della statale 28; per una serie di incastri del fato, la sua morte salverà probabilmente la vita a due decine di combattenti come lui. Ecco come andò.
A metà settembre 1944 la valle del torrente Arroscia viene percorsa da uno strano gruppo di armati. Salgono da Chiusavecchia, dove sono accasermati, lungo la via che da Imperia conduce alla provincia cuneese e li guida Giovanni Daniele Ferraris, 38 anni, tenente.
Sono una trentina, sono il nucleo più fidato dei COP (Compagnia di Ordine Pubblico) nati per dare la caccia ai partigiani e scovare i giovani renitenti alla leva militare. I COP fanno parte della Guardia Nazionale Repubblicana, in pratica l’esercito della repubblica creata da Mussolini al centro nord della penisola per appoggiare l’occupazione tedesca.
L’astuto Ferraris, che ha istituito i COP della provincia di Imperia, qui in valle Arroscia ha fatto indossare ai suoi uomini fazzoletti rossi al collo, con scritto il nome di un rispettato capo della Resistenza locale. Ovviamente la sua squadraccia ha svestito la divisa, indossato braghe corte ricavate dai teli mimetici secondo l’uso dei partigiani, e inscenato questa mascherata.
E sempre copiando i ricercati, Ferraris ha dotato i COP di moschetti da esibire a tracolla legati con lo spago. Alcuni però sotto le giubbe stracciate nascondono micidiali mitra, che il centinaio scarso di partigiani dell’alta valle non hanno, tranne uno chiamato “Tracalà” (foto a sinistra).
E lui, al secolo Nino Berio, 20 anni, imperiese, che la mattina del 23 settembre 1944 si incarica di scendere dalla base della Resistenza e dirigersi, con una bicicletta avuta in prestito da un abitante, nel paese più importante della zona. Qui da alcuni giorni quei circa trenta falsi partigiani di cui si è detto poco fa, tutte facce mai viste, si sono fatti notare comportandosi male.
Alcune staffette da Pieve di Teco, il paese ora presidiato dai COP travestiti, salivano così al comando partigiano per riferire che i residenti si erano lamentati per l’arroganza dei finti ribelli. Carlo De Lucis, l’autorevole “Mario” a capo dei resistenti dell’Arroscia, ipotizza si tratti di un distaccamento di partigiani di una valle vicina.
Non sono infrequenti infatti le rivalità in seno ai combattenti per la Liberazione, dovute a scarsità di comunicazioni, armi, cibo e mezzi, alla differente preparazione militare, al dislocamento e alle diverse fedi politiche. E non sono infrequenti gli sconfinamenti, per cui il comandante Mario decide di identificare quei “nuovi arrivati” e invia una ventina dei suoi.
Tracalà li precede in bici, il 23 settembre come detto; ha il compito di ordinare un pranzo decente per i suoi venti compagni in una mensa di Pieve di Teco, e se qualcosa va storto l’incauto ventenne confida nel suo micidiale mitra. Ma pagherà caro quel suo giovanile entusiasmo.
Intanto i partigiani veri, in fila indiana, lungo la statale 28 arrivano in vista del paese. Nessuno in giro. Uno dei venti resistenti scorge pochi metri più in basso una sagoma umana; è ciò che resta di Ugo Calderoni, ucciso per strada circa due ore prima e fatto rotolare giù. Una chiazza del suo sangue macchia la strada statale nel punto dove è stato colpito.
Ugo era uno di loro, sceso qualche ora prima a Pieve di Teco in perlustrazione solitaria; preso alle spalle dai COP era corso via ma veniva raggiunto e crivellato di raffiche, poi fatto rotolare giù per il ghiaione così da nasconderlo ma in maniera approssimativa.
La mascherata del tenente Ferraris ora non regge più; l’uccisione di Ugo svela che si trattava di un tranello in cui attirare i resistenti dell’Arroscia. La missione inviata da Mario, inferiore per armi e numero, deve ritirarsi ma almeno è salva.
E Tracalà? Appena sceso dalla bici in centro al paese, aveva pensato ad uno scherzo di quei partigiani sconosciuti che gli si avvicinavano facendogli i complimenti per il suo mitra, mentre però gli puntavano i loro.
Catturato, Nino Berio “Tracalà”, è costretto a percorrere a piedi nudi dodici chilometri fino a Chiusavecchia; poiché noto al tenente Ferraris come uno dei primi a militare fra i partigiani, verrà destinato ad un trattamento speciale. Seviziato con ferri roventi per ottenere informazioni, non dirà nulla; il suo cadavere sarà lasciato vicino ad un ponte.
Due compagni di Ugo e Nino, presi nelle stesse ore, finiranno impiccati a ganci da macellaio poco fuori Pieve di Teco, e un terzo fucilato. L’indomani gli uomini di Mario torneranno in paese con tutta la forza disponibile ma ormai i COP si saranno rintanati nella caserma a fondovalle.
Nei mesi seguenti i partigiani dell’Arroscia avranno ulteriori quindici caduti da sommare ai cinque finiti in trappola nel settembre 1944.
Ferraris, promosso a capitano per questa, e per altre operazioni tra Imperia e Savona avvenute in precedenza, verso la fine della guerra riapparirà nelle Langhe dove si renderà responsabile di almeno altri due eccidi; in seguito probabilmente godrà di amnistie e condoni. Negli anni Cinquanta pubblicherà infatti un diario dei crimini commessi coi suoi COP.
Ciò che ha spento i sorrisi di Ugo e Nino è stata una vicenda fatta di privazioni, sospetti, fiducia che può uccidere, fatalità, incertezza sugli amici, e nemici che parlano il tuo stesso dialetto e che talvolta indossano la tua stessa divisa. La semplice Storia di questi due ragazzi valga come esempio delle tante, simili e misconosciute, avvenute all’epoca.
(scritto di Roberto Neri; notizie dalle memorie di testimoni oculari dei fatti accaduti a Pieve di Teco raccolte da Adriano Maini, e pubblicate online il 18 maggio 2021, nel suo blog “Prima zona operativa Liguria” col titolo “Cenni di storia della Resistenza imperiese”; l’unica biografia del tenente Ferraris appare in archivi.polodel900.it)
 
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