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15 settembre 2026
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Dai gas di sterminio ai farmaci Bayer
di Emma Buonvino

LA FINE DI I.G. FARBEN

La guerra era finita.

I cancelli dei campi di concentramento si erano aperti. Auschwitz era diventato il simbolo di un crimine che il mondo avrebbe faticato persino a concepire.

E anche I.G. Farben, il gigantesco impero chimico che aveva prosperato sotto il regime nazista, era arrivato al capolinea. Ma la fine di I.G. Farben non significò la fine degli uomini e delle strutture che l'avevano resa possibile.

Nel novembre del 1945 gli Alleati presero il controllo del complesso industriale e ne disposero lo scioglimento. Sulla carta, dunque, I.G. Farben era morta. Ma dalle sue ceneri sarebbe rinata una parte fondamentale della grande industria chimica tedesca.

LA RICOSTRUZIONE

Inizialmente gli Alleati avevano pensato di frammentare I.G. Farben in numerose piccole imprese. Il problema era che una simile frammentazione avrebbe rischiato di distruggere anche una delle industrie più importanti della Germania.

Alla fine vennero create dodici nuove società. Tra queste ci fu Bayer.

Il 19 dicembre 1951 venne ricostituita la Farbenfabriken Bayer AG, alla quale furono assegnati gli stabilimenti di Leverkusen, Dormagen, Elberfeld e Uerdingen. Ed è qui che la storia diventa particolarmente inquietante.

Perché non si può raccontare questa rinascita semplicemente dicendo: «I.G. Farben è scomparsa e Bayer è nata.» La realtà è molto più complessa.

Bayer era stata uno dei grandi componenti di I.G. Farben dal 1925. I suoi stabilimenti, il suo personale e le sue attività erano stati incorporati nel gigantesco conglomerato.

Dopo la guerra, Bayer tornò ad essere un'azienda autonoma. Ma alcune persone che avevano occupato posizioni di responsabilità durante il periodo nazista tornarono ai vertici dell'economia tedesca. E tra loro ci fu proprio Fritz ter Meer.

FRITZ TER MEER: DAL BANCO DEGLI IMPUTATI AL VERTICE DI BAYER

Ter Meer era stato uno degli uomini più importanti di I.G. Farben.

Era stato coinvolto nella costruzione del complesso industriale di Auschwitz-Monowitz. Era stato processato a Norimberga. Era stato condannato a sette anni di carcere per il suo coinvolgimento nello sfruttamento della manodopera e nei crimini legati all'attività di I.G. Farben. Eppure nel 1950 era già libero.

Nel 1956 accadde qualcosa che, osservato oggi, appare quasi incredibile. Fritz ter Meer divenne presidente del consiglio di sorveglianza di Bayer. Rimase in quella posizione fino al 1964.

L'uomo che era stato condannato a Norimberga tornava dunque ai vertici dell'azienda che era stata parte di I.G. Farben. Non è una leggenda. Non è una ricostruzione polemica. È un fatto documentato. E questa è soltanto la prima parte della storia.

QUANDO I CONTI CON IL PASSATO8 NON VENNERO CHIUSI

La storia di I.G. Farben non terminò con la sua dissoluzione.

Perché un'azienda può essere sciolta. Un nome può scomparire. Un impero industriale può essere diviso. Ma le conoscenze, le competenze, le relazioni economiche e, soprattutto, gli uomini possono sopravvivere.

E in Germania, dopo il 1945, la ricostruzione economica divenne rapidamente una priorità.

La nuova Repubblica Federale aveva bisogno di industria, di tecnici, di dirigenti, di capitale. Aveva bisogno di tornare a produrre.

E in questo processo una parte del passato industriale nazista non venne semplicemente cancellata. Venne, in molti casi, riassorbita.

IL CASO DI FRITZ TER MEER

Fritz ter Meer rappresenta forse uno degli esempi più emblematici di questa continuità.

Durante la guerra era stato uno dei dirigenti di I.G. Farben. Aveva avuto un ruolo importante nello sviluppo dello stabilimento di Auschwitz-Monowitz, costruito accanto al complesso concentrazionario di Auschwitz.

Lì I.G. Farben utilizzò prigionieri dei campi come forza lavoro.

Uomini ridotti alla fame. Uomini costretti a lavorare fino allo sfinimento. Uomini che potevano essere sostituiti quando non erano più in grado di lavorare.

Nel processo contro i dirigenti di I.G. Farben, ter Meer venne riconosciuto colpevole.

La sua condanna fu di sette anni. Ma il carcere durò molto meno. Nel 1950 era già libero.

Sei anni dopo, nel 1956, sarebbe diventato presidente del consiglio di sorveglianza di Bayer.

È difficile trovare un'immagine più potente della complessità della denazificazione tedesca.

L'uomo condannato per il suo ruolo nell'apparato industriale della Germania nazista non era stato cancellato dalla vita economica del Paese. Era tornato ai vertici.

E non di una società qualsiasi. Ma di Bayer.

IL PASSATO CHE RICOMPARIVA

Naturalmente sarebbe sbagliato sostenere che Bayer fosse semplicemente «I.G. Farben con un altro nome». La situazione era molto più complessa.

La vecchia I.G. Farben era stata smembrata. Le nuove società erano giuridicamente autonome.

La Germania era cambiata. Il regime nazista non esisteva più. Eppure esisteva una continuità umana e industriale che non poteva essere ignorata.

Dirigenti, chimici, tecnici e professionisti che avevano lavorato all'interno del sistema industriale nazista continuarono, in diversi casi, la propria carriera nella Germania del dopoguerra.

Questo non significa che tutti fossero criminali. Significa qualcosa di più inquietante: il sistema industriale non poteva essere ricostruito da zero.

Le competenze rimanevano. Gli stabilimenti rimanevano. Gli archivi rimanevano. Le conoscenze rimanevano. E, in alcuni casi, rimanevano anche gli uomini.

LA MEMORIA DEI PRIGIONIERI

Ma c'era un elemento che non poteva essere ricostruito. La vita delle persone morte.

I prigionieri di Auschwitz-Monowitz non erano una voce in un bilancio industriale. Erano esseri umani.

Molti erano stati deportati perché ebrei. Altri erano stati perseguitati dal regime nazista per ragioni politiche, razziali o sociali.

Venivano utilizzati come manodopera forzata in condizioni disumane. La loro sofferenza era diventata parte integrante di un gigantesco processo produttivo.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più terribili della vicenda I.G. Farben: la trasformazione dell'essere umano in materia prima industriale.

Il prigioniero entrava nel sistema. Veniva sfruttato finché era fisicamente utile. Quando non lo era più, poteva essere sostituito.

Una logica industriale applicata alla vita umana.

L'INDUSTRIA E IL POTERE

Questa vicenda ci obbliga quindi a porci delle domande.

Che cosa accade quando l'industria smette di essere soltanto industria?

Quando la capacità tecnica di produrre viene messa al servizio di uno Stato totalitario?

Quando gli scienziati, gli ingegneri, i dirigenti e gli amministratori accettano di mettere le proprie competenze al servizio di un sistema criminale?

La risposta è davanti agli occhi della storia. La modernità non impedì Auschwitz. In un certo senso, Auschwitz dimostrò proprio il contrario.

La tecnologia più avanzata dell'epoca poteva convivere con la barbarie più estrema. La chimica poteva servire la medicina. Ma poteva servire anche lo sterminio.

La grande industria poteva creare ricchezza. Ma poteva anche trasformare la deportazione e il lavoro forzato in un meccanismo economico.

La burocrazia poteva organizzare una società. Ma poteva anche organizzare la persecuzione.

E POI ARRIVÒ IL SILENZIO

Dopo la guerra, la Germania aveva bisogno di ricostruire.

Le città erano distrutte. Milioni di persone erano morte. L'Europa era devastata. E il nuovo mondo che stava nascendo aveva bisogno della Germania occidentale come potenza economica.

Il passato, allora, cominciò lentamente a diventare qualcosa da archiviare.

Non per tutti. Non completamente. Ma abbastanza perché molti uomini potessero tornare alla normalità.

Ed è forse questa la parte più difficile da accettare. Perché per le vittime non esisteva alcuna normalità.

Non c'era una ricostruzione. Non c'era una nuova carriera. Non c'era un ritorno a casa. Non c'era un consiglio di amministrazione. Non c'era un futuro.

C'era soltanto il silenzio lasciato dalla loro morte. E mentre quel silenzio cresceva, alcune delle strutture industriali della vecchia Germania ricominciavano a produrre.

Con nuovi nomi. Nuovi consigli di amministrazione. Nuovi bilanci. Ma con una parte della vecchia esperienza ancora dentro di sé.

La storia di I.G. Farben, dunque, non era davvero finita. Aveva semplicemente cambiato forma.

E nella prossima parte entreremo ancora più profondamente dentro questa trasformazione. Perché la domanda non sarà più soltanto: «Che cosa accadde agli uomini di I.G. Farben?» Ma: «Che cosa accadde alle conoscenze, alle tecnologie e alle responsabilità accumulate durante il nazismo?»

Ed è qui che la storia diventa ancora più difficile da raccontare. Ed è forse questa la parte più difficile da accettare.

La storia di I.G. Farben, dunque, non era davvero finita. Aveva semplicemente cambiato forma.


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