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Il passaporto dell'esilio
di Edoardo Morello *
𝐿𝑎 𝑆𝑝𝑎𝑔𝑛𝑎 ℎ𝑎 𝑣𝑜𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑐𝑖𝑡𝑡𝑎𝑑𝑖𝑛𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑎𝑖 𝑠𝑎ℎ𝑎𝑟𝑎𝑤𝑖. 𝐶𝑖𝑛𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡'𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑑𝑜𝑝𝑜 𝑎𝑣𝑒𝑟𝑙𝑖 𝑎𝑏𝑏𝑎𝑛𝑑𝑜𝑛𝑎𝑡𝑖 𝑛𝑒𝑙 𝑑𝑒𝑠𝑒𝑟𝑡𝑜.
C'è una canzone che Mariem Hassan cantava nei campi di Tindouf e non ha mai smesso di cantare, anche quando era malata, anche quando la voce le si era fatta più scura e piena di sabbia. Si chiama "Sahara Libre". La si trova ancora su YouTube, in versioni traballanti dove il suono arriva in mono dal registratore portatile di qualcuno. Fa sempre lo stesso effetto: il deserto che respira.
Giovedì 11 settembre 2026, il Congresso dei Deputati di Madrid ha votato 168 a 31. La Spagna concede la cittadinanza ai saharawi nati sotto la sua amministrazione coloniale, quella che ha retto dal 1884 al 1976. Fino a centodiecimila persone potrebbero fare domanda. Tre anni di tempo, estendibili a quattro. Due anni di residenza legale, non dieci come per tutti gli altri.
Mariem Hassan è morta nel 2015 senza passaporto.
Ho scritto di lei qualche tempo fa, di quella voce stratificata come dune, del tidinit che i griots saharawi portano sotto braccio come si porta un segreto di famiglia. Avevo usato la parola iggawen: i poeti cantori, i custodi di una tradizione orale sopravvissuta all'occupazione, alla dispersione, alle tende degli accampamenti dove intere generazioni sono nate e cresciute senza mai vedere la terra da cui vengono.
Ho ricevuto messaggi da persone che non sapevano nulla dei saharawi e sono andate a cercare quella musica. Mi ha fatto capire che la musica è ancora, nonostante tutto, una forma di diplomazia.
Adesso la Spagna vota. E la domanda che mi rimane addosso, dopo aver letto il testo della legge, è questa: che significa avere un passaporto quando non hai un paese?
Il Sahara Occidentale è uno di quei posti che la geopolitica ha deciso di non decidere. Nel 1975, il regime di Franco stava morendo insieme al dittatore. La Spagna aveva una colonia nel deserto, la chiamava Sahara Spagnolo, la usava per i fosfati e poco altro. Quando il re del Marocco Hassan II organizzò la Marcha Verde, trecentocinquantamila civili marocchini che avanzavano sul territorio come una marea umana, Madrid non tenne. Firmò gli Accordi di Madrid il 14 novembre 1975, cedette il territorio a Marocco e Mauritania, andò via.
I saharawi non furono consultati.
Il Fronte Polisario dichiarò la Repubblica Araba Saharawi Democratica nel 1976. Ottantaquattro paesi la riconoscono. L'ONU non l'ha mai risolta. Il Marocco ha costruito un muro di sabbia lungo duemilasettecento chilometri.
Il "Berm" lo chiamano: una duna artificiale costellata di mine antiuomo, a separare il territorio controllato da Rabat dalla parte orientale del deserto. Da un lato il Marocco, dall'altro il nulla. Nei campi di Tindouf, in Algeria, vivono da cinquant'anni tra i novantamila e i centosessantamila saharawi.
I numeri oscillano perché nessuno li ha mai contati davvero. Sono apolidi, per la maggior parte. Non hanno una nazionalità riconosciuta, non hanno un documento valido per attraversare una frontiera. Sono un popolo con una bandiera, una radio, un governo in esilio e nessuno stato che li accolga pienamente.
Quando ho incontrato musicisti saharawi, una cosa mi ha colpito più delle altre. Non la malinconia, che pure c'è, sedimentata in ogni nota del tidinit, quello strumento a quattro corde che assomiglia all'oud ma suona diverso: più asciutto, più sabbia che acqua. E neanche la fierezza, ostentata e comprensibile. Mi ha colpito la precisione. La precisione con cui questi poeti cantori ricordano i nomi dei villaggi, le strade, i pozzi, i punti cardinali di una terra che molti di loro non hanno mai visto. I figli degli esiliati cantano luoghi che conoscono solo attraverso le canzoni dei padri.
È quello che fa la musica quando non ha altra patria: diventa mappa. Diventa catasto. Diventa la sola forma di possesso che nessuna occupazione può requisire.
L'ardin, l'arpa su calebasse che suonano le donne, tiene il basso di questo inventario del deserto. Le tiggiwit, le poetesse, hanno trasmesso per decenni le genealogie, i lamenti, le storie di chi è partito e non è tornato. In un campo profughi non ci sono archivi. Ci sono le donne che cantano.
168 voti favorevoli · 31 contrari · 11 settembre 2026, Madrid
La legge votata a Madrid non dà indietro il Sahara Occidentale. Non toglie le mine dal Berm. Non costringe il Marocco a sedersi a un tavolo di negoziati seri. Non scioglie nemmeno l'ambiguità spagnola: è stato il governo socialista di Sánchez, nel 2022, a riconoscere il piano marocchino di autonomia per il Sahara come "base più seria e credibile" di soluzione, una virata che aveva indignato Algeri e il Fronte Polisario e aveva creato una crisi diplomatica con Rabat. Da una parte il Marocco, dall'altra il debito coloniale. La Spagna ha ballato tra i due per decenni.
Ora fa un passo verso il debito. Solo un passo.
Il Partito Popolare si è astenuto. Vox ha votato contro. Non è stata un'unanimità. Non poteva esserlo in un paese dove il dossier Marocco ha sempre avuto la precedenza sui diritti saharawi. Il Marocco non ha condannato ufficialmente la misura, ha detto che non c'entra nulla con la crisi di Ceuta di luglio, quando settantamila migranti hanno attraversato la frontiera in poche ore in quello che sembrava un movimento orchestrato da Rabat per fare pressione su Madrid. Forse è vero. Forse è il modo di non alzare la voce su qualcosa che, in fondo, non cambia i rapporti di forza reali.
I rapporti di forza reali restano quelli del 1975. Il muro c'è ancora. Le mine anche.
Centodiecimila persone potenzialmente elegibili, settantamila di accesso diretto più i discendenti, tre anni per fare domanda con soli due anni di residenza legale. Sono numeri che sembrano ampi finché non si pensa a quanti dei saharawi nei campi di Tindouf abbiano anche solo la possibilità concreta di trasferirsi in Spagna, di trovare i documenti originali che provino la nascita sotto amministrazione coloniale, di affrontare una burocrazia in una lingua che in molti non parlano. Ma è qualcosa. In cinquant'anni di abbandono, è qualcosa.
Il passaporto non è la libertà. Non è la terra. Non è la fine dell'esilio. Ma è un documento con un'aquila e un re stampati sopra, la parola España, qualcosa che ti fa attraversare un aeroporto senza essere fermato.
In "Sahara Libre" c'è una sezione in cui la voce di Mariem Hassan sale, si apre come crepa nell'argilla secca, e la parola "libre" viene tenuta un secondo in più del necessario. Come se lasciarla andare costasse qualcosa.
Non so se Mariem avrebbe voluto il passaporto spagnolo. Credo che avrebbe voluto tornare a El Aaiún, la città dove aveva i ricordi di bambina e dove ora il Marocco ha costruito nuovi edifici sopra le strade vecchie. Credo che avrebbe voluto cantare lì, con il tidinit che risuona sulle case giuste, non nelle tende di Tindouf.
Ma Mariem Hassan è morta nel 2015 senza passaporto e senza poter tornare.
Per i suoi figli, forse, qualcosa cambia. Un poco. In modi che ancora non sappiamo misurare. Il deserto non si restituisce con un voto parlamentare. Ma ogni tanto, qualcosa si muove.
* musicista
Fonti: Al Jazeera, Reuters, El País, SADR Official
 
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