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10 settembre 2026
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Il battesimo di Nola
di Rinaldo Battaglia *

Negli ultimi anni - da quando il vento nostalgico ha ripreso a soffiare forte - si cerca di minimizzare la reale portata storica della Resistenza che, proprio in questi giorni, 82 anni fa nasceva spontaneamente in molti parti d’Italia. Sì, spontaneamente e in molte parti dell’Italia allora già occupata dai nazisti e dai soci fascisti dopo l’8 settembre 1943.

So che scrivere questo oggi non fa piacere a molti, in particolare a quelli che parteggiano per chi detiene con orgoglio il busto del Duce sul comodino o per qualche premier che non riesce a dire come il fascismo sia stato un crimine e tanto meno pronunciare il nome del suo capo, razzista, antisemita, guerrafondaio. Anzi, nel web, rimangono vive – provare per credere - sue dichiarazioni che definivano Mussolini come ‘il più grande statista italiano del secolo scorso’.

Solitamente siamo tutti portati a pensare che la Resistenza sia nata nel Centro-Nord Italia, ma non risulta così. Se dobbiamo cercare il luogo del 'primo battesimo' la strada ci porta addirittura sotto Napoli e precisamente a Nola. I primi fiori sono sbocciati lì. A Nola ci fu la prima Resistenza, ci furono le prime azioni spontanee, i primi martiri, i primi atti di eroismo. E fu tutto immediato, tutto successo in fretta. A Nola, in poche ore, l’Italia del futuro si scontrò con l’Italia del passato e quella voglia di libertà dopo 20 anni di fascismo, quella ricerca di nuovi profumi prima vietati, costò subito molto sangue innocente. Del resto, i sogni hanno un prezzo sempre molto caro e, più sono alti, più si pagano.

La Storia ci dice che ‘l’armistizio breve’ venne ufficializzato agli italiani da Badoglio, via radio, alle ore 19.45 di mercoledì 8 settembre. Poche ore dopo, mentre i nazisti già arrestavano i primi soldati italiani – senza che questi ne capissero i motivi – in molti paesi e piccole città partì una reazione quasi naturale, imprevista ed impreparata.

All’alba del 9 settembre gli Alleati sbarcarono a Salerno e – capendo bene che l’obiettivo era di puntare su Roma – il gen. Kesselring, in base al piano ‘Achse’, introdusse le prime strategie per bloccare l’avanzata nemica, prima che arrivasse a Napoli. In quei giorni a Nola si erano già fermate - in supporto alle forze militari presenti nel Distretto italo-tedesco, ubicato presso la reggia Orsini - le truppe del 12º Reggimento di Artiglieria, molto preparate. Poco lontano, inoltre, stava giungendo la divisione corazzata Fallschirm-Panzer-Division 1 "Hermann Göring”, famosa per il suo fanatismo e per la sua importante dotazione di armi. Bastava solo che lì arrivasse. Un paio di giorni, forse anche meno.

Nola, per il gen. Kesselring, divenne, quindi, il luogo ideale per fermare i sogni di gloria alleati, per organizzarsi sul territorio e ripartire. Occupando tutta la zona, tutta la Campania, impadronendosi dei nodi ferroviari e stradali, delle centrali di collegamento e dei comandi, dei presidi militari, impossessandosi degli aeroporti e dei porti fino allora in mano al nostro Regio Esercito, chiaramente ora allo sbando più totale. E così i nazisti, già nelle prime ore del 9 settembre, arrivarono ad occupare il posto di avvistamento dei Camaldoli, l’aeroporto di Montecorvino Rovella, la batteria di Vietri sul Mare. Ma se i nazisti avevano capito come fermare i ‘liberatori’ anche i civili di Nola compresero l’importanza del momento. E non vollero restare con le mani in mano. Era il loro sogno in gioco.

Alcuni di loro, già lo stesso giovedì 9 settembre, cercarono così di sabotare la linea ferrata, punto di transito delle truppe e delle armi destinate a fermare gli Alleati, e prima ancora la linea telefonica per bloccare le comunicazioni tra i vari reparti ed il comando centrale. Erano giovani del paese, cresciuti durante il tempo di ‘olio di ricino e manganello’. A capeggiare l’azione vi era Gaetano Santaniello, che aveva fatto vent’anni l’8 marzo, e Antonio Mercogliano un po’ più grande. Ma non solo loro. Persino Raffaele, fratello di Gaetano Santaniello, di soli 14 anni partecipò alle azioni di sabotaggio. Non vi erano ordini dall’alto, non vi era organizzazione o direttive esterne e tanto meno superiori. Erano solo fiori nati spontaneamente dopo l’inverno, anche se il calendario parlava di settembre e di fine estate oramai. Fiori forse acerbi, forse deboli, ma veri e pieni di colore.

Era il 9 settembre 1943. I nazisti già presenti a Nola cercarono subito di intervenire e mandarono più pattuglie, alcune in motocicletta, per controllare la situazione. La mattina successiva, venerdì 10, in una di queste pattuglie, gli uomini dell’equipaggio di un’autoblindo tedesco, in transito nella piazza antistante la Caserma Principe Amedeo, bloccarono tre ufficiali italiani del 12° e 48° Deposito di Reggimento di Artiglieria divisione fanteria, di stanza da tempo presso quella caserma. E ordinarono loro l’immediata consegna delle armi. Per i tedeschi erano i ‘traditori’ del Patto d’Acciaio. E al rifiuto dei nostri risposero sparando a sangue freddo, uccidendo l'artigliere Domenico Russo. Immediata la contro-risposta, non solo dei soldati italiani (subito intervennero altri due ed un carabiniere di passaggio), ma anche di altri civili di Nola, che avevano visto quanto avvenuto dalle finestre delle loro case sulla piazza. Altri fiori appena sbocciati. Altri segnali di Resistenza, altro battesimo.

In breve, morirà sia un soldato nazista che un altro civile del posto, Giuseppe De Luca. L’altro tedesco, ferito, sarà preso prigioniero. La situazione necessitava però un chiarimento da parte dei nostri soldati col comando nazista di Nola, fino a neanche 40 ore prima alleato, per capire se quello fosse stato un caso isolato di qualche scheggia impazzita o cos’altro. Non sapevano di ‘piani Achse’ e tanto meno Mussolini non aveva mai spiegato vigliaccamente agli italiani i vincoli del Patto d’Acciaio, firmato il 22 maggio 1939.

Fino a due giorni prima, fino all’8 settembre, da quelle parti operava il nostro 19° Corpo d’Armata (al comando del Generale Riccardo Pentimalli) ma da tempo risultava molto condizionato dal clima di resa oramai evidente, scarsamente fornito, male attrezzato, abbandonato da Badoglio e Roatta, sicuramente impegnati a chiudere in fretta la guerra con gli Alleati, già arrivati in Calabria. E sarà tragedia su tragedia, non appena, a Napoli, i generali della Divisione “Göring” presenteranno al nostro comandante Pentimalli l’ordine ufficiale di resa, ordine a cui formalmente non aderirà ma cercherà ugualmente un ‘punto d’incontro’ per recuperare tempo e ‘salvare l’onore delle armi’: “Se i tedeschi si impegnano a non commettere atti di violenza contro la popolazione civile, io farò tenere le truppe nelle caserme”. E questo non farà che peggiorare la situazione dei nostri militari sparsi sul territorio campano. Era davvero difficile in quel momento per i nostri soldati - privi di ordini e col re, governo e generali in fuga al moto del ‘si salvi chi può’ - capire chi fosse veramente il nemico o, meglio, chi risultava nei fatti il liberatore e chi l’invasore.

Il comandante locale, il Colonnello Michele de Pasqua, resosi conto di quello che poteva ancora accadere, inviò così una delegazione presso i nazisti di stanza a Nola, con chiari messaggi ‘pacificatori’: senza armi e con una bella bandiera bianca bene in vista. Ma se, per i nostri soldati, i tedeschi erano ancora ‘gli alleati del giorno prima’ a cui – stando alle parole di Badoglio – si doveva rispondere solo se attaccati (e quell’ordine era già costato la vita all'artigliere Domenico Russo), per gli uomini di Kesselring noi eravamo (fascisti di Salò a parte) a tutti gli effetti ‘i nemici’. Che meritavano la morte, senza se e senza ma. Sulla disarmata delegazione italiana venne così immediatamente aperto il fuoco e il giovane tenente Eduardo Carelli (o Odoardo, detto Aldo) perse subito la vita: aveva in mano la bandiera bianca e si stava dirigendo a parlare con un ufficiale ex alleato. Carelli era uno dei nostri che aveva cercato più di altri la mediazione. Grave colpa.

I nostri militari e soprattutto i civili di Nola videro e capirono tutto. E ci fu immediata e spontanea reazione, costi quel che costi, che causò subito tra i tedeschi un morto e un ferito. Era il 10 settembre 1943.

Sabato 11 settembre la famigerata divisione corazzata Fallschirm-Panzer-Division 1 "Hermann Göring" (ripeto: una divisione corazzata) giunse a Nola e un intero reparto armato di tutto punto, con autoblindo, carri armati, artiglieria e autocarri carichi di soldati, si presentò nella piazza antistante alla porta della caserma Principe Amedeo e nella confusione del momento venne fatto entrare senza incontrare alcuna nostra resistenza. Poco prima, infatti, era arrivata la notizia dal nostro Sottocapo di Stato Maggiore del 19° Corpo d’Armata (da cui ovviamente dipendeva anche il presidio militare di Nola) – uomo del Gen. Riccardo Pentimalli - che non vi erano problemi coi nazisti e che tanto meno non bisognava ora crearne, coerentemente peraltro con gli ordini espressi di Badoglio nel suo discorso alla radio. Si sarebbero solo accontentati – come disse stavano già facendo nelle altre caserme - solo di requisire un po’ carburante. Impreparazione ed incompetenza allo stato puro. Perfetta fotografia della situazione dei nostri soldati ed ufficiali dopo l’8 settembre. Nulla di più, nulla di meno.

Come scrisse il nostro storico Silvia Boverini in più documenti ma anche il grande Gerhard Schreiber, (in ‘La vendetta tedesca. 1943-1945. Le rappresaglie naziste in Italia’ - Mondadori, 2001) i nazisti ne approfittarono: in breve la caserma all’esterno venne accerchiata dai carri armati pronti a sparare e all’interno gli ufficiali e i soldati di truppa furono disarmati, facilmente catturati e fatti uscire in colonna sul piazzale esterno. Tutto passò in pochi minuti sotto il controllo nazista: armi, munizioni, viveri. Tutto, dignità compresa. Ma non era finita la lezione: gli italiani dovevano ancora imparare, a casa nostra, cosa volesse dire nazismo e quanto fosse criminale il patto col fascismo di Mussolini.

Gli uomini di Kesselring scelsero "a sorte", come fosse un gioco, 10 ufficiali del 12° e 48˚ Reggimento del nostro Regio Esercito, formalmente li condannarono a morte e li uccisero poco dopo. Come si fa coi maiali o i bovini al macello comunale. Dei 10 ufficiali solo uno di loro si salvò, perché al suo posto il tenente Enrico Forzati (un avvocato napoletano di 38 anni chiamato dal Duce in guerra) si offrì volontariamente di sostituirlo. Come aveva fatto il Santo Padre Massimiliano Maria Kolbe ad Auschwitz il 29 luglio 1941 salvando la vita al sergente polacco Franciszek Gajowniczek. Come farà il carabiniere Salvo D’Acqusito, a Fiumicino pochi giorni dopo (23 settembre 1943). I tedeschi ancora una volta non capirono, ma accettarono. Avevano da molti anni perso il concetto dell’eroismo cristiano e della solidarietà umana. Parole per loro vuote e superate, incomprensibili al tempo della ‘razza superiore’. Era l’11 settembre 1943.

I corpi dei dieci martiri (i colonnelli Amedeo Ruberto e Michele De Pasqua; i capitani Luigi Sidoli, Roberto Berninzoni, Mario De Emanuele; i tenenti Pietro Nizzi, Enrico Forzati, Consolato Benedetto e Alberto Pesce; il sottotenente Gino Iacovoni) vennero sepolti in una fossa comune e recuperati solo due mesi dopo, il 27 novembre 1943, dopo che la liberazione di Nola del 1 ottobre ’43 si era consolidata definitivamente.

Dopo l’eccidio – scrisse lo storico Silvia Boverini – “ i militari di truppa e i sottufficiali sono lasciati in libertà, mentre i sessanta ufficiali superstiti sono deportati in ostaggio fino al 13 settembre, e poi liberati con l’ingiunzione di non ripresentarsi alla Principe Amedeo, cosa che non sarebbe stata comunque possibile poiché l’11 stesso tutte le caserme erano state militarmente occupate, saccheggiate e distrutte dai tedeschi”.

Ma le uccisioni ed lo spargimento di sangue non si fermarono quel giorno a Nola. Sempre in quell’11 settembre e poco prima dell’eccidio dei 10 ufficiali, un altro soldato, rimasto ignoto, venne ucciso a tradimento all’interno della caserma: i suoi resti furono poi seppelliti, quasi di nascosto, nella cappella della famiglia Vecchione nel vicino cimitero. Nei giorni successivi alla strage degli ufficiali dell’11 settembre, avvennero ulteriori uccisioni di civili, scoperti mentre tentavano nuovi atti di sabotaggio (come Biagio Minichini lo stesso 11 settembre e Rocco Sasso due giorni dopo).

Seguirono rappresaglie naziste e scontri con altri civili, in alcuni casi armati direttamente dai carabinieri reali su preciso ordine del comandante locale, il S.Ten. Giuseppe Pecorari, e persino coordinati dal parroco don Angelo D’Alessio. Troveranno la morte anche Gaetano Santaniello ed Antonio Mercogliano, catturati e giustiziati il 26 settembre. Riuscirà invece a scappare e salvarsi il fratello Raffaele coi suoi 14 anni, grazie all’aiuto forte e deciso della gente del posto. Succederà spesso e altrove, a costo di rischiare la vita. In nome della libertà, in nome dell’antifascismo.

Dal 9 al 26 settembre a Nola si conteranno – in sintesi - tra gli italiani 18 vittime, di cui 15 nostri soldati e ufficiali. Passerà alla Storia – nelle pagine dimenticate o nascoste della Resistenza – come l'eccidio di Nola e sarà nei fatti il primo episodio di ribellione armata dopo l’8 settembre 1943. Il primo fiore, nuovo e spontaneo, della Resistenza ai nazisti e ai fascisti del Duce.

Era fine settembre 1943. Ma anche il mese di ottobre non partirà diversamente: tra l’1 e il 2 ottobre lottando contro i nazisti morirà anche il ventenne Giovanni Franzese. E il sangue proseguirà, ma sarà ancora sangue nascosto, non comodo a nessuno per la memoria. A parte la gente di Nola, l’eccidio verrà infatti dimenticato, sebbene il prezzo della nostra libertà sia stato il sacrificio di molti eroi come quelli di Nola. Per la solita legge - molto rispettata in Italia anche e soprattutto nell’ultimo periodo - che quegli eroi dagli antifascisti vengano onorati, ma per chi non è antifascista siano invece ignorati.

Serviranno – pensate - oltre 50 anni perché qualcuno fosse in grado di esser ascoltato. Nell’aprile del 1997, in occasione della festa della Liberazione, un testimone oculare presente a Nola in quei giorni come soldato del Regio Esercito, Ugo Tebaldini - grazie agli sforzi determinanti dell’associazione culturale di Nola “Amici del Marciapiede” e di alcuni parenti dei caduti - riuscì a rompere finalmente l’omertà che copriva colpevolmente i primi fiori della Resistenza, lì sbocciati già dal 9 settembre ’43.

“Ho ancora impressi negli occhi i loro volti e la loro disperazione anche se sono passati quasi cinquantaquattro anni; mai nessuno ha parlato di questo crimine di guerra. Non credo di essere il solo testimone oculare, che ancora oggi si sveglia di soprassalto nella notte rivivendo il terrore di quel giorno. Qualcuno mi può aiutare a ricordare quei poveri ufficiali?”. Queste le sue memorie o, se preferite, le sue suppliche.

In precedenza (nel 1962) solo il tenente Enrico Forzati era stato onorato ed insignito della medaglia d'oro al valore militare ‘per essersi offerto al plotone d’esecuzione al posto di un commilitone’. Come fosse stato un caso isolato, a sé stante. Gli altri nove ufficiali riceveranno invece, solo dopo, la medaglia di bronzo al valor militare alla Memoria. Ma è stato anche onorato il civile Giuseppe de Luca, quello ucciso nello scontro del 10 settembre, e riconosciuto quale ‘Partigiano Combattente Caduto’ a simbolo di tutti gli altri ‘civili’ che dettero il via alla reazione. O meglio, ai primi fiori della Resistenza al nazifascismo. I primi fiori sbocciati a Nola.

Oggi abbiamo perso il senso di quei fiori e forse un viaggio in quella terra ci sarebbe quanto mai utile per risvegliare memorie sopite e per capire il valore di quelle vite e di quello che ci hanno procurato. Lo diceva chiaramente anche Piero Calamandrei, nel suo ‘Discorso ai giovani sulla Costituzione nata dalla Resistenza ‘ a Milano il 26 gennaio 1955:

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.»

Il prezzo della libertà è stato il sacrifico di molti eroi. L’antifascista li onora, chi non lo è li ignora.

Lascio ad ognuno rispondere – alla luce di questo e della propria coscienza – e capire come siamo messi In Italia oggi. E soprattutto se è coerente col sacrificio di tutte quelle persone morte per la nostra libertà.

10 settembre 2026 – 83 anni dopo - Rinaldo Battaglia Liberamente tratto dal mio ‘Il tempo che torna indietro – Terza Parte” - Amazon – 2025

* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio


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