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Paura dell'altro
di Giuseppe Franco Arguto
"𝘌𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦 𝘶𝘯 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘐𝘴𝘭𝘢𝘮”, “𝘐𝘭 𝘊𝘰𝘳𝘢𝘯𝘰 𝘦̀ 𝘶𝘯 𝘭𝘪𝘣𝘳𝘰 𝘥𝘪 𝘨𝘶𝘦𝘳𝘳𝘢”, “𝘌𝘶𝘳𝘰𝘱𝘢 𝘦 𝘐𝘴𝘭𝘢𝘮 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘯𝘦𝘮𝘪𝘤𝘪 𝘥𝘢 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦”, “𝘐 𝘮𝘶𝘴𝘶𝘭𝘮𝘢𝘯𝘪 𝘤𝘪 𝘰𝘥𝘪𝘢𝘯𝘰”, “𝘐 𝘮𝘶𝘴𝘶𝘭𝘮𝘢𝘯𝘪 𝘴𝘵𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘪𝘯𝘷𝘢𝘥𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘭’𝘖𝘤𝘤𝘪𝘥𝘦𝘯𝘵𝘦”: 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘴𝘰𝘭𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘢𝘧𝘧𝘦𝘳𝘮𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘥𝘢 𝘷𝘦𝘳𝘪𝘧𝘪𝘤𝘢𝘳𝘦; 𝘤𝘰𝘴𝘵𝘪𝘵𝘶𝘪𝘴𝘤𝘰𝘯𝘰 𝘶𝘯𝘢 𝘨𝘳𝘢𝘮𝘮𝘢𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘢𝘶𝘳𝘢.
È la differenza stessa che, da un lato, ci interpella e, dall'altro ci attraversa. Un’osservazione e un ascolto più attenti non eliminerebbero ogni conflitto, ma potrebbero evitare che molte divergenze vengano trasformate prematuramente in incompatibilità.
Prediligo la varietà delle esperienze e delle appartenenze culturali che convivono in ciascun individuo, purché le pratiche che ne derivano rimangano compatibili con la dignità e la libertà delle persone coinvolte. Nutro invece diffidenza verso quei modelli che, all’interno di un gruppo, pretendono di rappresentare un ordine naturale, universale e immutabile.
𝘗𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘤𝘪𝘰̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘤𝘪 𝘢𝘱𝘱𝘢𝘳𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘪̀ 𝘴𝘱𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘮𝘪𝘯𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢?
È la domanda che mi ha attraversato prima che decidessi di procurarmi dei testi che ampliassero le mie conoscenze a riguardo dei processi storici e delle culture differenti da quella in cui sono stato formato.
Forse il titolo di questo libro, pubblicato da Laterza nel 2016, va letto a partire dalla parola che sembra più marginale e che invece ne costituisce il centro: “falso”. Non significa che nell’Islam non esistano integralismo, autoritarismo religioso, persecuzioni, discriminazioni, violenza politica; tantomeno significa negare il jihadismo o fingere che il terrorismo di matrice islamista sia un’invenzione occidentale. Cardini compie un’operazione assai più radicale: contesta che una realtà sterminata, plurale e storicamente contraddittoria possa essere trasformata in un unico soggetto collettivo chiamato “Islam”, dotato di una volontà, di un progetto politico e magari persino di un piano per conquistare l’Occidente.
Il problema comincia infatti già dalle parole. Diciamo “l’Islam vuole”, “l’Islam minaccia”, “l’Islam invade”, come se quasi due miliardi di esseri umani costituissero un’unica coscienza politica. Oggi sappiamo che nel 2020 i musulmani nel mondo erano circa due miliardi, il 25,6% della popolazione mondiale, distribuiti in società, Stati, culture e tradizioni profondamente differenti. Parlare dell’Islam come di un organismo unitario non è quindi una semplificazione innocente: è già una costruzione politica del nemico.
Ed è qui che Cardini diventa interessante anche per chi, come me, non sente alcuna necessità di difendere una religione in quanto religione. L’Islam può essere criticato; devono poter essere criticati il corano, la shari'a, il cristianesimo, la bibbia, le chiese, i dogmi, l’idea stessa di rivelazione. La libertà di pensiero non concede zone franche al sacro. Ma criticare una religione significa sottoporne a giudizio idee, norme e istituzioni; attribuire invece ai suoi fedeli una colpa collettiva significa abbandonare la critica per entrare nella costruzione dell’alterità ostile. Una cosa è l’anticlericalismo, un’altra l’islamofobia.
Cardini scriveva nel pieno della stagione dell’ISIS, dopo le stragi che avevano portato in Europa paura, lutto e una comprensibile domanda di sicurezza. E proprio per questo rifiutava la scorciatoia più facile: trasformare l’autore di un attentato nella rappresentazione di un’intera civiltà. Il suo indice è quasi un catalogo delle frasi entrate nel senso comune: “Esiste un solo Islam”, “Il Corano è un libro di guerra”, “Europa e Islam sono nemici da sempre”, “I musulmani ci odiano”, “I musulmani stanno invadendo l’Occidente”. Non sono soltanto affermazioni da verificare; costituiscono una grammatica della paura.
Dieci anni dopo sarebbe però troppo facile leggere Cardini come se il problema fosse stato risolto dalla storia. Non lo è. Il rapporto Europol pubblicato nel luglio 2026 indica ancora nel jihadismo la forma più diffusa di terrorismo nell’Unione Europea: nel 2025 gli attacchi classificati come jihadisti sono stati 24 sui 45 complessivamente registrati e 347 dei 486 arresti per terrorismo hanno riguardato reati connessi al jihadismo. Sarebbe dunque assurdo rispondere alla propaganda islamofoba con una propaganda speculare, fingendo che non esista una minaccia jihadista.
Ma proprio lo stesso rapporto Europol introduce un elemento che rende sorprendentemente attuale l’intuizione di Cardini: molti soggetti radicalizzati possiedono una conoscenza ideologica superficiale, agiscono attraverso piccoli nuclei o individualmente e vengono mobilitati da risentimenti personali, ricerca di appartenenza, fascinazione per la violenza e soprattutto dagli ecosistemi digitali. Il terrorista contemporaneo può gridare il nome di dio e contemporaneamente appartenere molto più profondamente all’universo della rete, dello spettacolo, dell’immagine e della violenza mediatizzata che a quello di una presunta società islamica delle origini.
È esattamente questo uno dei passaggi più acuti del libro. Per Cardini il fondamentalismo jihadista non sarebbe un semplice ritorno all’arcaismo, ma un prodotto paradossale della modernità che pretende di combattere. Smartphone, video, propaganda digitale, culto dell’immagine guerriera, estetica della potenza, organizzazione reticolare: sotto i vestiti dell’antico pulsa una macchina modernissima.
Su questo punto è interessante accostare alla lettura di Cardini un dibattito sviluppatosi negli stessi anni tra due tra i maggiori studiosi dell’Islam contemporaneo. Olivier Roy(1) ha parlato di “islamizzazione della radicalità”, leggendo una parte del jihadismo europeo come rivolta generazionale e nichilistica che trova nell’Islam radicale il proprio linguaggio; Gilles Kepel (2), peraltro citato dallo stesso Cardini, ha attribuito invece maggiore rilievo alla genealogia ideologica del salafismo-jihadismo e ai processi di radicalizzazione maturati all’interno di determinati ambienti islamisti. Le due prospettive non necessariamente si escludono: una illumina maggiormente le biografie dei radicalizzati, l’altra le idee e le reti che forniscono loro una grammatica politica e religiosa.
Ed è forse qui che l’espressione di Cardini, “religionizzazione della politica”, diventa più feconda. La politica prende il vocabolario assoluto della religione per rendere assoluto il proprio conflitto. Il nemico non è più avversario, diventa empio; la guerra non è più una scelta umana, diventa missione; la morte perde il proprio carattere tragico e può essere trasformata in sacrificio. Ma il meccanismo non appartiene affatto soltanto all’Islam. Ogni potere che dichiari sacra la patria, la razza, la civiltà, la nazione, il mercato o perfino la democrazia può produrre la propria liturgia politica. Cambiano le divinità, rimane la tentazione di sottrarre il potere al giudizio degli esseri umani.
Anche la profezia dell’“Eurabia” merita di essere ricordata. Nel 2016 i musulmani costituivano circa il 4,9% della popolazione dell’Europa presa in esame dal Pew Research Center. Persino lo scenario allora considerato di più alta immigrazione, che ipotizzava il protrarsi dei flussi eccezionali del 2014-2016, stimava per il 2050 una quota intorno al 14%, non una maggioranza musulmana. Le proiezioni demografiche possono naturalmente cambiare, ma la distanza tra i numeri e l’immaginario dell’“invasione” resta istruttiva: la paura politica non ha bisogno che un fenomeno sia maggioritario, le basta riuscire a rappresentarlo come imminente e incontrollabile.
E le paure, una volta organizzate politicamente, producono conseguenze reali. L’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali ha rilevato nel suo rapporto del 2024 che il 47% dei musulmani intervistati in tredici Paesi dell’UE dichiarava di avere subito discriminazioni razziali nei cinque anni precedenti, contro il 39% rilevato nell’indagine del 2016; il fenomeno emerge con particolare forza nell’accesso al lavoro e alla casa. Il nemico immaginato finisce così per diventare una persona concreta alla quale viene negato un impiego, un appartamento o semplicemente il diritto di non essere giudicata attraverso la religione attribuita al proprio nome o alla propria origine.
Ma la parte del libro che mi sembra politicamente più inquietante è forse quella in cui Cardini rovescia la celebre formula marxiana e definisce la paura dell’Islam un nuovo “Oppio dei Popoli”. Non perché dietro ogni allarme vi sia necessariamente una regia occulta, ma perché il potere ha sempre tratto vantaggio dalla possibilità di spostare verticalmente il conflitto. Se chi vive nell’insicurezza viene convinto che il proprio problema sia chi arriva dal basso, diventa molto più difficile chiedersi chi organizza dall’alto la distribuzione della ricchezza, del lavoro, delle opportunità e del potere.
È qui che Cardini lascia il terreno strettamente religioso e arriva a quello sociale. Nella conclusione del libro sostiene che il vero problema non sia una guerra metafisica fra Islam e Occidente, ma l’assetto profondamente diseguale del mondo contemporaneo, dominato da concentrazioni enormi di ricchezza e da masse costrette all’insicurezza.
È una tesi discutibile se la si trasformasse nella spiegazione unica del terrorismo, perché nessuna ingiustizia sociale produce automaticamente jihadismo e nessuna analisi economica può cancellare il peso delle idee, delle teologie e delle responsabilità individuali. Ma acquista forza se viene intesa diversamente: una società profondamente diseguale produce materiali umani che molti poteri possono tentare di mobilitare attraverso identità assolute.
Questo libro non ci domanda affatto se siamo “a favore” o “contro” l’Islam: è proprio questa alternativa ad essere sbagliata; ci domanda piuttosto se siamo ancora capaci di distinguere un essere umano dalla categoria nella quale lo abbiamo collocato, una religione dal suo uso politico, un terrorista da due miliardi di credenti, una minaccia reale dall’immaginario costruito intorno ad essa.
La paura può essere ragionevole, può persino salvarci; ma quando smette di chiedere che cosa ci minaccia e comincia a indicarci chi dobbiamo temere per appartenenza, origine o fede, allora non è più prudenza: è già diventata uno strumento di governo.
È proprio questo il punto sul quale Cardini continua a interrogarci: il problema non è soltanto capire se l’Islam rappresenti una minaccia per l’Occidente, ma domandarci chi acquisti potere ogni volta che milioni di persone vengono persuase che il proprio vicino sia più pericoloso di coloro che decidono le condizioni nelle quali entrambi sono costretti a vivere.
(1) 𝘖𝘭𝘪𝘷𝘪𝘦𝘳 𝘙𝘰𝘺, 𝘎𝘦𝘯𝘦𝘳𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘐𝘚𝘐𝘚. 𝘊𝘩𝘪 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘪 𝘨𝘪𝘰𝘷𝘢𝘯𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘤𝘦𝘭𝘨𝘰𝘯𝘰 𝘪𝘭 𝘊𝘢𝘭𝘪𝘧𝘧𝘢𝘵𝘰 𝘦 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘤𝘰𝘮𝘣𝘢𝘵𝘵𝘰𝘯𝘰 𝘭’𝘖𝘤𝘤𝘪𝘥𝘦𝘯𝘵𝘦, 𝘍𝘦𝘭𝘵𝘳𝘪𝘯𝘦𝘭𝘭𝘪, 𝘔𝘪𝘭𝘢𝘯𝘰, 2017.
(2) 𝘎𝘪𝘭𝘭𝘦𝘴 𝘒𝘦𝘱𝘦𝘭, 𝘤𝘰𝘯 𝘈𝘯𝘵𝘰𝘪𝘯𝘦 𝘑𝘢𝘳𝘥𝘪𝘯, 𝘛𝘦𝘳𝘳𝘦𝘶𝘳 𝘥𝘢𝘯𝘴 𝘭’𝘏𝘦𝘹𝘢𝘨𝘰𝘯𝘦. 𝘎𝘦𝘯𝘦̀𝘴𝘦 𝘥𝘶 𝘥𝘫𝘪𝘩𝘢𝘥 𝘧𝘳𝘢𝘯𝘤̧𝘢𝘪𝘴, 𝘎𝘢𝘭𝘭𝘪𝘮𝘢𝘳𝘥, 𝘗𝘢𝘳𝘪𝘴, 2015.
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