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09 settembre 2026
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Il generale Custer aveva gli occhi azzurri anche a Gaza
di Edoardo Morello

Fauda è tornata l'8 settembre. Dopo due anni di stop. Dopo la morte in combattimento dell'assistente alla produzione Matan Meir, novembre 2023, Gaza.

Dopo che l'attore Idan Amedi è stato ferito gravemente in un'operazione militare, mentre indossava insieme l'uniforme e il ruolo. Dopo che Avi Issacharoff, uno dei due creatori, ha perso in guerra il fidanzato di sua figlia. La serie non torna e basta: torna dal lutto, e lo dichiara subito. Sincerità che disarma. Va usata con cautela, però, perché il dolore vero, quando finisce dentro un prodotto industriale, spesso non chiede permesso a nessuno. Nemmeno alla verità.

Undici puntate. Le prime sei nel 2025, con Doron che ha perso otto ore di memoria passate al confine di Gaza il 7 ottobre e due anni dopo si ritrova, quasi per inerzia, dentro una missione di vendetta. Poi gli episodi sette e otto, con l'avviso della tv israeliana Yes prima della messa in onda: potrebbero turbarvi. Sono quelli in cui il 7 ottobre viene ricostruito "in dettagli grafici".

Il resto naviga nel dopo, nel tha'r, la vendetta di sangue, il concetto arabo che Lior Raz cita nelle interviste come se l'avesse scoperto lui. Dovrebbe essere il cuore critico della stagione: la vendetta cambia qualcosa o fa solo girare la ruota? Bella domanda. Peccato che la macchina che la pone sia costruita in modo che la risposta arrivi solo da un lato.

Il western c'entra, e non per pigrizia. C'entra perché la grammatica è identica, fotogramma per fotogramma: l'accampamento assediato, i corpi bruciati che appartengono sempre ai nostri, gli assalitori che escono dal buio senza nome, senza casa, senza un prima.

Custer non aveva bisogno di essere biondo per essere buono. Bastava che la cinepresa restasse dalla sua parte della palizzata. A Fauda la palizzata è il checkpoint, il buio fuori è Gaza, e la cinepresa, anche in questa stagione che gli autori vendono come più matura, più dolente, più consapevole del prezzo della guerra, resta ostinatamente di qua.

E lo dice la critica israeliana, non io. Haaretz le ha dato due stelle: scrittura fiacca, un senso di nausea che resta addosso a fine visione. Israel Hayom, più vicino al governo, l'ha salutata come "la stagione di vendetta che Israele aveva chiesto". Fermatevi un secondo su questa frase: una serie che non racconta più un conflitto, lo esaudisce.

C'è chi, dentro la critica israeliana, ha scritto che la stagione perde buona parte della complessità e dell'ambivalenza che l'avevano resa un caso studiato nelle università, il thriller che osava mostrare anche il punto di vista palestinese. Perde. Parola loro. Il dolore in scena è tutto israeliano, ininterrotto, legittimo nella sua ferita e proprio per questo pericoloso quando diventa l'unico dolore ammesso.

Perché la sofferenza c'è, per carità. C'è quella di Idan Amedi che gira scene di battaglia con addosso le cicatrici di una battaglia vera. C'è quella della troupe che ha girato vicino al confine di Gaza mentre gli abitanti della zona, ancora dentro lo stress post traumatico di quel giorno, chiedevano di non girare lì, di rimettere in scena l'orrore altrove.

Fermiamoci su questo, che dice più di ogni recensione: hanno girato le scene del massacro accanto a chi il massacro l'ha vissuto, e quelli hanno protestato. Non contro il ricordo. Contro la finzione che tornava a occupare, con luci e tecnici, lo stesso terreno del trauma. Questa quinta stagione è un trauma vero riconvertito in intrattenimento seriale, budget da major, per un pubblico globale che di quel terreno non conosce nemmeno la geografia.

E l'altro lato? Resta quello che è sempre stato dalla prima stagione del 2015: sagome. Terroristi con un mestiere, non con una biografia. Gaza esiste solo come il posto da cui esce il pericolo, mai come il posto in cui si vive, si muore di fame, si seppellisce due volte lo stesso lutto perché la prima tomba viene bombardata.

Nella stagione che, a sentire gli autori, doveva interrogarsi sul senso della vendetta, quella israeliana ha un volto, una famiglia, un prima e un dopo. Quella dall'altra parte no. Non ha nemmeno diritto alla parola vendetta: ha diritto solo alla parola terrorismo, che chiude ogni racconto prima che cominci.

Netflix la manda in centonovanta paesi nello stesso minuto. Milioni di persone che di Gaza sanno quello che hanno visto in sessanta secondi di reel avranno undici ore di narrazione ad alta produzione: fotografia ottima, montaggio serrato, recitazione credibile. Tutto quello che serve per sembrare vero. È lì che la propaganda funziona meglio: non nel proclama, che si riconosce e si respinge, ma nella qualità tecnica che disarma il sospetto. Fauda è scritta bene. Ed è proprio questo il problema.

Undici ore in cui il dubbio viene concesso solo a chi ha già vinto la battaglia della rappresentazione. Agli altri resta il fuoricampo, e stanotte, in centonovanta paesi, qualcuno prenderà quel fuoricampo per il mondo così com'è.

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